Tuesday, December 20, 2011

A. M. Homes
Musica per un incendio
Traduzione di Maria Baiocchi e Anna Tagliavini
Feltrinelli
Pagine 384, € 19

Paul ed Elaine sono una coppia di quarantenni come tanti, che vivono in un sobborgo di New York con i due figli. Sono comparsi per la prima volta in Adulti da soli, primo racconto della celebre raccolta della Homes La sicurezza degli oggetti. Mediocri, annoiati, immaturi, sopravvivono cercando l’eccitazione di “cose nuove”, che sia fumare crack o comprare casa. E proprio la casa è al centro di Musica per un incendio, che vede i due coniugi spruzzare combustibile su un muro e dare un calcio al barbecue per andarlo a incendiare. Un atto impulsivo e disperato per cambiare qualcosa, in qualche modo, che avvierà una serie di eventi mettendo Elaine e Paul a confronto con le persone che popolano il loro mondo suburbano. Mentre lei si lascia sedurre (e usare) dall’amica che li ospita e da un poliziotto, lui è alle prese con due amanti e con un compagno di pendolarismo che gli passa droghe di non ben precisata natura.
Cambiare, ma come? I due protagonisti, mentre cercano di smettere di odiarsi, progettano di installare portefinestre e un nuovissimo patio approfittando dei soldi dell’assicurazione. Elaine sogna di essere una casalinga migliore, Paul di svolgere meglio il proprio, moralmente ambiguo, lavoro. Si tratta in tutti i casi di ritocchi, passate di vernice su una superficie irrimediabilmente crepata. E non a caso il grottesco delle loro vicende lascerà spazio alla tragedia pura quando gli adulti, troppo assorbiti dai loro complessi esistenziali e sessuali, non coglieranno i segni premonitori lanciati dai figli.
Musica per un incendio sarebbe solo una collezione di situazioni già esplorate da letteratura e cinema, se la Homes non fosse una bravissima narratrice: il suo sguardo è acidamente ironico ma anche attento alle minuzie del vivere umano, e il suo orecchio per il dialogo è finissimo. Il risultato è una storia che il lettore può trovare appassionante, o ripugnante, o entrambe le cose. Per poi chiedersi che cosa rifletta la sua personale reazione.

Friday, October 14, 2011

Austin Wright
Tony & Susan
Traduzione di Laura Noulian
Adelphi
Pagine 408, € 19,50

Susan è moglie in seconde nozze di un medico di successo; mentre il marito è via per lavoro, riceve un manoscritto dal suo ex, Edward, che non sente da vent’anni e che ha sempre sofferto del suo fallimento come scrittore. Il romanzo che manda in lettura a Susan tuttavia si rivela molto più che valido: è una storia agghiacciante, realistica, complessa che avviluppa la donna nella sue serate solitarie. La storia di Tony, stimato professore in viaggio in auto con la famiglia, attaccato da un trio di sbandati che gli rapiscono e uccidono moglie e figlia, e poi le indagini, l’ossessione, i ricordi oscillanti, lo sbandamento mentale dell’uomo, che non trova più sicurezza dietro alle maschere sociali. Pur decisa a valutare con distacco l’opera, Susan si lascia coinvolgere completamente, iniziando a ripensare a se stessa e alla sua vita in rapporto alle vicissitudini di Tony. Cosa ha spinto Edward a scrivere un simile romanzo? Perché proprio lei come prima lettrice? Il libro getterà una nuova luce su Edward? E che significato deve avere per Susan?
Apparso per la prima volta negli anni Novanta senza particolare risonanza, Tony & Susan, dello scomparso Austin Wright, è stato ripubblicato nel Regno Unito dalla Atlantic, che lo ha lanciato come un grande romanzo americano da riscoprire. E in effetti: a differenza di tanti libri-sui-libri carini e innocui (quelli in cui romanzi perduti celano segreti) o eccessivamente astratti e teorici, Tony & Susan mostra la scrittura – e la lettura stessa – come atti viscerali, che trasformano le persone in modi imprevedibili. Mentre Tony scivola impotente in una spirale di brutalità, la sua identità sembra vacillare e mutare con gli eventi, come quella della stessa Susan. Tra i tanti spunti di questo romanzo, disturbante e coinvolgente fino all’ultima pagina, c’è l’impossibilità di capire fino in fondo gli autori: esiste solo il dialogo imperfetto tra noi e il libro, i suoi misteri e interrogativi, le nostre arbitrarie e monche deduzioni.

Friday, August 12, 2011

Robert Macfarlane
Luoghi selvaggi - In viaggio a piedi tra isole, vette, brughiere e foreste
Traduzione di Duccio Sacchi
Einaudi
Pagine 322, € 21

“Era un luogo perfetto per un sognare profondo.” Così Macfarlane descrive Skellig Michael, isola sulla costa occidentale dell’Irlanda e sede di uno dei più affascinanti e inaccessibili monasteri, che colpì anche l’immaginazione di George Bernard Shaw. È presto chiaro al lettore che cosa davvero interessa all’autore nei suoi viaggi tra i luoghi selvaggi del titolo, sparsi tra Inghilterra, Scozia e Irlanda: scoprire – e fare esperienza di – posti in cui l’animo umano possa trovare una corrispondenza inedita, dove la mente venga indotta a pensare e immaginare in modi nuovi.
Non si tratta di una guida turistica sui generis, dunque, ma di una serie di “mappe narrative” che descrivono i luoghi come vengono percepiti da chi li percorre. Le foreste, paludi, valli eccetera che Macfarlane attraversa non sono solo posti banalmente descrivibili come incontaminati e inusuali, ma anche nuovi paesaggi mentali. Nella sua visione la natura è più grande, antica e potente dell’essere umano, è indifferente alla sua sorte, ma l’uomo rimane tuttavia il suo interlocutore privilegiato e da essa trae sentimento, ispirazione, interrogativi, inquietudine ma anche senso di pace. L’autore si rifà a vari artisti, scrittori, studiosi che attraverso i secoli si sono interrogati su questo rapporto tra noi e la natura, che hanno descritto, per quanto possibile, le esperienze rivelatrici e profondamente individuali che nascono da questa corrispondenza con un luogo. Macfarlane alla fine va oltre, trovando sprazzi di selvaticità anche negli scenari urbani, nelle città e nei cortili. Perché dalla selvaticità, in quanto specie umana, veniamo e in essa, un giorno lontano, torneremo.
Scritto con uno stile vivido e a tratti lirico, Luoghi selvaggi è il libro ideale per gli spiriti contemplativi, per le persone considerate un po’ folli, visionarie, fuori moda, in realtà alla ricerca di un significato che vada al di là del contingente parlandoci di un mistero senza tempo.

Monday, April 18, 2011

Angelica Garnett
Ingannata con dolcezza - Un’infanzia a Bloomsbury
Traduzione di Nicoletta Della Casa
La Tartaruga
Pagine 191, € 17,50

Un’adolescente sente insinuare da un’amica che il suo vero padre non sia l’uomo di cui porta il cognome, si indigna, ma sotto sotto ha sempre sospettato come stanno realmente le cose. Pochi anni dopo, la seduce e prende in sposa l’ex amante del padre naturale, in un tentativo di rivalsa (anche) sulla madre, che lo aveva respinto. Non stupisce che, con un passato così ingombrante e ambiguo, una donna decida in età matura di scrivere un’autobiografia-confessione, a maggior ragione se si tratta di Angelica Garnett, figlia di Vanessa Bell e nipote di Virginia Woolf, cresciuta nel mitico circolo intellettuale di Bloomsbury, tra Londra e la tenuta di campagna di Charleston.
Come in tutti i gruppi che si professano moralmente e culturalmente liberi, anche dietro alla facciata di anticonformismo di Bloomsbury si celano regole non scritte che, insieme al peso delle aspettative di troppe menti geniali, fanno dell’autrice una giovane insicura, che faticherà a trovare la propria strada. Il libro segue un filo logico tutto suo, più che una consequenzialità cronologica, ed è perfettamente riassunto già dal titolo: Angelica vive nella sua infanzia una specie di sogno, improntato alla ricerca del bello e pervaso da ombre e segreti su cui riuscirà a gettare luce solo in età adulta. Ritrae i protagonisti di quella insolita scena con schiettezza ma anche grande affetto, attenta che il suo punto di vista non monopolizzi il racconto trasformandoli in macchiette o meri schemi da manuale di psicoanalisi. In particolare Vanessa, il cuore pulsante di Charleston, dal rapporto conflittuale con la sorella, e David “Bunny” Garnett, che plasma Angelica giovanissima sposa. Sette anni ha impiegato l’autrice per scrivere con il dovuto distacco le duecento pagine di questo memoir, che resta tuttavia molto intimo, ricco di finezza psicologica e occasionalmente abbellito da immagini di grande lirismo, come ci si aspetterebbe da un’artista figlia di artisti.

Saturday, February 19, 2011

Krystyna Kuhn
Il segreto del Grace College
Traduzione di Roberta Zuppet
Nord
Pagine 302, € 16

Tutti hanno qualcosa da nascondere, recita il sottotitolo: eccome se ce l’hanno. I fratelli Julia e Robert Frost (sì, Robert Frost), protagonisti del romanzo, arrivano all’elitario Grace College per sfuggire a un passato traumatico, e anche gli altri personaggi non sono da meno, dalla rabbiosa Angela, costretta alla sedia a rotelle e destinata a un tragico destino, alla irritante e falsa Debbie, fino all’aitante e impassibile Alex, tutor delle matricole. Ma il Grace College stesso sembra celare segreti. D’altronde la sua posizione isolata in una foresta del Canada, non segnalata sulle cartine, ne fa il luogo ideale per avvenimenti strani. Tutto inizia quando Julia riceve un sms su un numero di cellulare che non ha mai dato a nessuno, e successivamente è Robert a essere testimone della scomparsa di una strana creatura nel lago, la notte della festa di benvenuto alle matricole. Un mondo high tech, scopriremo, non è incompatibile con il mistero.
Il segreto del Grace College, primo romanzo di una serie della tedesca Kuhn, non è originalissimo, ma funziona ed è terribilmente accattivante. Lo spleen adolescenziale è espresso dalle voci di una serie di personaggi disadattati, ciascuno a suo modo. In particolare Robert, sensibile e intellettuale, per cui la sorella Julia prova un senso di protezione (fortunatamente non ci sono vampiri maliardi continuamente respinti al liceo, né fanciulle pronte ad affidarcisi passivamente). È evidente che la Kuhn ha dei riferimenti ambiziosi e ha fatto suo il senso del luogo tipico di alcuni dei migliori horror. Se viene spontaneo pensare all’ambientazione di Shining, un passaggio in particolare – “[Robert] aveva notato più di una volta che la struttura del luogo non andava. Le pareti apparivano bombate, i lunghi corridoi sembravano curvi” – non può non suonare come un felice richiamo alla casa obliqua, viva e malvagia del magnifico L’incubo di Hill House di Shirley Jackson.

Wednesday, January 12, 2011

Rebecca Connell
L’arte di dirsi addio
Traduzione di Silvia Bre
Einaudi
Pagine 262, € 17,50

Louise è inglese e ha ventitre anni. Sua madre Lydia è morta quando lei era piccola, in un tragico incidente la cui causa indiretta è stata un uomo con cui Lydia aveva una relazione, Nicholas, amico di suo padre. La ragazza, assunta una falsa identità, decide di indagare su questi lontani eventi scoprendo verità inattese sul rapporto tra due coppie e sul proprio passato.
Giocato tra diversi punti di vista (Louise/Nicholas) e prospettive temporali (il passato in cui si svolse la relazione/il presente dell’indagine), The Art of Losing è un romanzo di grande presa. La trentenne Rebecca Connell, al suo esordio narrativo (seguito da Told in Silence), costruisce una vicenda esemplare di tradimento che tocca temi eterni: la passione e l’ossessione, la natura dei legami umani – con la forza della loro apparente casualità – le motivazioni che stanno dietro a un matrimonio, la dimensione maschile e femminile. L’autrice esplora le complesse dinamiche tra i quattro attori: il virile, deciso Nicholas e la materna Naomi, l’enigmatica, manipolatrice Lydia e il trepido Martin, scoprendo a poco a poco le loro vere nature. Anche per Louise e Adam, figlio della prima coppia, c’è un incontro fatale dietro l’angolo.
Se alla Connell si può muovere una critica, oltre a qualche improbabilità narrativa che tuttavia non disturba, è che la sua opera prima sembra addirittura troppo perfetta: un meccanismo thriller ben oliato che corre verso un finale abbastanza intuibile, e insieme un dramma psicologico venato di tristezza che, tuttavia, non va sotto la superficie, non si sporca mai davvero le mani. Ci si aspetta costantemente un climax, un divampare di emozione che strazi gli animi, una catarsi, trovandosi invece una scena finale più d’effetto che pregnante. Not with a bang, but a whimper.
(Einaudi, perché tanti grossolani refusi nelle ultime pubblicazioni?)

Friday, October 22, 2010

Thomas Cobb
Crazy Heart
Traduzione di Cristiana Mennella
Einaudi
Pagine 284, € 18

1987. A cinquantasei anni, “Bad” Blake è un cantautore country sul viale del tramonto. Alcolista e sfatto, è reduce da quattro matrimoni falliti, con un figlio che non vede da quando era bambino. Eppure in passato ha avuto tutto, successo, denaro, droghe e donne adoranti. Ha fatto da mentore al musicista Tommy Sweet che ora è una star, mentre a lui non rimangono che esibizioni in scalcinati locali di serie B. Durante un tour conosce Jean, una giovane giornalista intenzionata a raccontare la sua vita, ed è l’occasione per una conoscenza intima che da tempo non capitava al malinconico Bad.
Riscoperto grazie al recente film omonimo interpretato da Jeff Bridges, Crazy Heart è una vera e propria ballata country in prosa con tutti gli ingredienti che ci si aspetterebbe, il che costituisce la forza e insieme il limite del romanzo. Sono gli anni Ottanta, il country non è ancora globalizzato e annacquato dal pop dei grandi nomi, è un genere che esprime la durezza del vivere con un romanticismo dolce-amaro. Nel caso di Bad, personaggio pubblico e persona si confondono: è un uomo impulsivo e generoso, sempre pronto a darsi – ai suoi musicisti, al pubblico, alle donne – quanto a farsi del male. Non è un artista maledetto da cliché, nonostante i suoi demoni, né la star che si omologa ai dettami dell’industria, come l’ex-compagno di band Sweet.
Cobb, alla sua opera prima come scrittore, dà prova di grande controllo della sua materia narrativa: il suo stile è improntato a un solido realismo che non diventa mai minimalista. Salta molti passaggi introduttivi (sogni e ricordi di Blake sono tutt’uno con la sua realtà) ed eccelle nel dialogo, tanto che il romanzo è una sceneggiatura filmica pressoché pronta per il set. Non ci sono sorprese ma c’è autenticità in questa storia di quasi-redenzione che, tuttavia, sembra perdere un po’ di sapore nella traduzione italiana.

Wednesday, July 28, 2010

Jonathan Coe
I terribili segreti di Maxwell Sim
Traduzione di Delfina Vezzoli
Feltrinelli
Pagine 368, € 18

Jonathan Coe, con il precedente La pioggia prima che cada, sembrava avere abbandonato la componente ironica a favore di una visione della vita più malinconica e cupa. The Terrible Privacy of Maxwell Sim segna quindi un gradito ritorno alla commistione tra dramma e umorismo a denti stretti – così British – che ha reso celebri romanzi come La famiglia Winshaw e La casa del sonno. Come in queste due opere, Coe costruisce un intreccio ingegnoso che collega passato e presente, scoprendo e unendo elementi che, come in un mystery, svelano verità sepolte.
Maxwell Sim è un uomo qualunque nella Gran Bretagna di oggi: abbandonato da poco da moglie e figlia, in aspettativa dal lavoro a causa della depressione, sente l’impulso improvviso di tornare a far parte del mondo e stringere nuove relazioni. Coglie al volo una (dubbia) opportunità di lavoro che lo porta ad attraversare il paese su una Prius carica di spazzolini da denti ecologici, ma le deviazioni dal percorso prestabilito lo porteranno a rivisitare la propria storia personale.
Chi ama, di Coe, la sincerità, la partecipazione emotiva e la fiducia nel potere della narrativa non resterà deluso. Maxwell Sim, a quarantotto anni, ha ancora molto da scoprire su di sé e questa scoperta passa attraverso il punto di vista di altri personaggi che agiscono nello stesso tempo da narratori, uno dei quali (realmente esistito) è Donald Crowhurst, navigatore dilettante che nel 1968 finse di circumnavigare il globo per vincere una sfida, ma che giunse solo alla morte e alla follia. Con Crowhurst, Max inizia a identificarsi: il suo viaggio è un progressivo abbandono delle rotte a lui note, ma senza epilogo tragico. Dovrà perdersi per ritrovarsi, imparando a mediare con la tecnologia, parte integrante del rapporto con la realtà di ciascun personaggio su cui Coe posa uno sguardo ironico.
Maxwell è un anti-eroe che appare come un perdente perché si è sempre visto come tale, che impara ad aprirsi al mondo, e che forse, alla fine dell’avventura, smetterà di "non piacersi abbastanza", come gli rimprovera la moglie. Un uomo che pensa di non lasciare un segno e che si rimetterà in discussione passando attraverso prove umilianti e scherzi del destino.

Tuesday, June 8, 2010

Ángela Vallvey
L’assassinio come arte poetica
Traduzione di Roberta Bovaia
Guanda
pagine 340, € 18

Ah, la poesia: quale forma letteraria appare più pura, personale e disinteressata? Lontana da esercizi di potere e bassezze commerciali, si direbbe. L’ironico giallo della spagnola Ángela Vallvey Muerte entra poetas dimostra proprio il contrario. Tredici fatidici personaggi – tra icone culturali, celebrità mediatiche e enfant prodige della narrativa – si riuniscono per un convegno esclusivo in ricordo del poeta laureato Alberto Pons, presso la tenuta della vedova, fuori Toledo. Uno di loro viene ucciso e naturalmente tra gli altri dodici si cela l’assassino. A Ignacio “Nacho” Arán, meteorologo, detective dilettante e poeta a tempo perso, tocca indagare, aiutato da una zia anziana ma tecnologicamente avanzata e un giovane hacker.
Dichiaratamente ispirato ai mystery di Agatha Christie, il romanzo è una sorta di engima della camera chiusa contemporaneo, ambientato inoltre in un circolo chiuso, un gruppo d’élite autoreferenziale (il convegno non ha pubblico) per il quale vengono fatti circolare migliaia di euro al solo scopo di preservare l’immagine di un divo della cultura. Nacho, con la sua posizione di outsider rispetto a questo mondo, si ritrova a fare da confidente degli altri poeti e a osservarli dall’esterno; è così che vengono alla luce antichi rancori e rivalità e che nel ricordo altrui prende forma la figura della vittima, piena di ombre.
La Vallvey è caustica nel tratteggiare un mondo di intellettuali pronti a costruirsi piedistalli (Coloma, eterno candidato al Nobel, addirittura non parla con i colleghi) ma che facilmente si rivelano... umani, troppo umani, pronti a distruggere vite altrui a colpi di critiche, attaccati alle proprie posizioni di potere. Cosa determina, in definitiva, chi saranno gli illustri esponenti della cultura di un paese? Merito, casualità, mode, amicizie, strategie? Questa la domanda che sembra porre la Vallvey nel suo feroce divertissement, giallo atipico e intrigante.

Tuesday, April 13, 2010

Mo Hayder
Ritual
Traduzione di Adria Tissoni
Longanesi
pagine 412, € 18,60

Mo Hayder, promessa del thriller inglese del terzo millennio, ritorna alle atmosfere disturbanti che l’hanno resa famosa con romanzi come Le notti di Tokyo, Il trattamento e Orrore sull’isola. Ritual è incentrato su due personaggi, il detective Jack Caffery, alla sua terza avventura nelle pagine della Hayder, e la sommozzatrice Phoebe “Flea” Marley. Tutto inizia nelle acque infide del porto di Bristol, con il ritrovamento di una mano mozzata e con i travagli esistenziali di Flea, protagonista outsider, sulle spalle il peso di un terribile trauma legato proprio alle immersioni: la misteriosa morte dei genitori negli anfratti del Bushman’s Hole, in Sudafrica. L’inizio fa prevedere un intrigante risvolto soprannaturale, ma lo svolgimento della trama tradisce le aspettative e il thriller, incentrato su macabri rituali della stregoneria africana, si rivela presto abbastanza convenzionale.
Flea, a suo agio solo nelle silenziose profondità acquatiche, non soffre solo nella psiche ma anche nel corpo, con un handicap che minaccia di privarla proprio delle immersioni. L’affascinante Caffery è un investigatore ossessionato dalla vendetta, il cui personale trauma ha reso incapace di veri rapporti affettivi. Suo confidente è l’Uomo che Cammina, nomade per scelta, anch’egli preda di demoni personali. Flea riceve a sua volta aiuto da un esotico ed eccentrico personaggio, il quale custodisce segreti oscuri che hanno a che fare con lei e suo padre. Completano il quadro l’amico Tig e il collega Dundas, entrambi coinvolti a vario titolo nel mondo della droga. Suona tutto un po’ eccessivo? In effetti lo è: con il suo affollamento di personaggi danneggiati dalla vita, Ritual non fa che prendere a piene mani dalla gamma di cliché che appesantiscono molti thriller. I cliché (anche narrativi: un esempio, le foto rivelatrici trovate appese proprio nella tana del cattivo) soffocano le potenzialità del romanzo, che risulta farraginoso e faticoso alla lettura. Chi volesse comunque dar loro un’altra chance, potrà vedere di nuovo in azione Flea, Caffery e l’Uomo che Cammina nei nuovi due lavori della Hayder, Skin e Gone.

Wednesday, February 10, 2010

Christopher Isherwood
Un uomo solo
Traduzione di Dario Villa
Adelphi
pagine 150, € 16

Ventiquattro ore nella vita di George, maturo professore universitario di origine britannica nella solatia California. Non si tratta di una giornata qualunque: George ha da poco perduto in un incidente l’amato compagno Jim. Siamo negli anni Sessanta, e nessuno, a parte l’amica Charlotte, è a conoscenza del momento che l’uomo sta vivendo. Il risveglio mattutino che apre il romanzo è un vero e proprio risveglio della coscienza di George, che diventa dolorosamente e acutamente cosciente dell’ambiente che lo circonda, della finitezza della propria vita, della superfluità di tutto. La maschera apparentemente intatta del compassato docente porta in giro il vero George, che incontra così la tronfia vicina di casa, i colleghi, gli studenti diligenti ma senza guizzi, l’emotiva Charlotte e infine Kenny, uno studente dotato con cui l’uomo vive un inatteso momento di intesa intellettuale e forse qualcosa di più.
A Single Man, riportato in auge dal film diretto da Tom Ford, è considerato uno dei primi e migliori romanzi del movimento di liberazione gay, ma la sua qualità letteraria lo eleva al di sopra di qualsiasi manifesto e finalità. Racconta gli effetti inesorabili della perdita tenendosi tuttavia lontano da qualsiasi sentimentalismo, e attraverso lo sguardo straniero – in molti sensi – del suo protagonista racconta lucidamente di un mondo che va cambiando. Sono gli USA neo-consumisti delle highway e dei sobborghi dai nomi pittoreschi, della media borghesia placida e ipocrita, degli insegnanti che si sentono in un certo senso colpevoli di essere veicoli di idee invece che produttori di beni di consumo. George li biasima in cuor suo, poiché vede ancora se stesso come “un rappresentante della speranza”, che “cerchi di vendere a un angolo di strada un brillante vero per un nichelino”: la grande maggioranza non crederà mai vero il brillante, lasciandolo così al sicuro. I brillanti di George, invisibili ai più, sono il dolore, i ricordi, la speranza ostinata di poter ancora vivere il presente nella sua pienezza.

Monday, December 14, 2009

Per Petterson
Fuori a rubar cavalli
Traduzione di Cristina Falcinella
Guanda
pagine 250, € 15

1999: il sessantasettenne norvegese Trond lascia la vita metropolitana di Oslo per ritirarsi nei boschi, in una casa isolata e in parte da riattare, insieme al proprio cane. Alla ricerca di solitudine, con una radio come unica compagnia, si affida a una routine di lavori quotidiani per riempire le proprie giornate e sfuggire ai ricordi del passato. Ma una bizzarra coincidenza – che lui stesso giudica degna di finzione romanzesca – gli fa incontrare Lars, uno dei protagonisti della sua infanzia: è il fratello del suo amico ed eroe personale Jon, con cui Trond visse l’episodio che dà titolo al romanzo, il “furto” di cavalli in una mattina d’estate, nei boschi dove passava la villeggiatura con la famiglia. Il passato torna inesorabile, riaffacciandosi alla sua mente con la serie di eventi che segnò il passaggio da una infanzia idilliaca a un’età adulta complicata e piena di ambiguità e misteri.
Fuori a rubar cavalli è un romanzo strano: è improntato a un quieto realismo (lo stile predilige la coordinata), non cede mai al sensazionalismo e prende in contropiede il lettore, dandogli più di quanto sembra promettere. Trond quattordicenne scopre nuove verità sull’amatissimo padre, che in seguito abbandonerà la famiglia, così come al lettore viene rivelato quasi incidentalmente che cosa lo abbia spinto, da ultrasessantenne, a ritirarsi nei boschi. L’incontro con Lars adulto incrina la monotonia delle sue giornate da eremita, costringendolo a confrontarsi di nuovo con le proprie emozioni e con l’episodio tragico che sconvolse due famiglie e allontanò per sempre l’amico Jon dalla sua vita. La brevità, la mancanza di sentimentalismo e il minimalismo del libro di Petterson (il quale non a caso cita Raymond Carver tra i suoi ispiratori) nascondono in realtà una grande ricchezza e intensità di eventi. Intere esistenze vengono rivoltate da singoli attimi e casualità, mentre la vita interiore del protagonista viene sconvolta da quiete epifanie, che l’autore fa accadere con la maestria del narratore che sa sempre come dosare le parole.

Wednesday, October 14, 2009

T. C. Boyle
Le donne
Traduzione di Andrea Buzzi
Feltrinelli
pagine 446, € 20

Frank Lloyd Wright, innovatore dell’architettura del XX secolo e icona culturale statunitense, è rimasto celebre tanto per le residenze integrate nel territorio e i celebri edifici pubblici come il Guggenheim Museum, quanto per la sua vita scandalosa, che infiammò le cronache tra l’inizio del Novecento e gli anni Trenta. Dopo un matrimonio durato vent’anni e vari affair, ebbe tre turbolente storie d’amore con altrettante donne: la proto-femminista Mamah, la morfinomane Miriam, la ballerina Olgivanna. Per la prima di queste creò addirittura una tenuta nel Wisconsin, che chiamò Taliesin, posto che balzò agli onori della cronaca non solo perché Mamah e Frank vi si rifugiarono abbandonando i rispettivi coniugi e figli, ma anche per per un terribile delitto di cui furono vittime la donna e vari ospiti e aiutanti dell’architetto.
La tragedia e il melodramma attraversano la vita di Wright, che Boyle (residente proprio in una delle sue rinomate prairie house) narra a ritroso, con un espediente che riesce a dipanare la matassa che è Frank Lloyd Wright attraverso gli occhi delle donne che hanno gravitato come tanti satelliti intorno a lui. Per prima l’ingombrante e carismatica madre, poi la moglie Kitty, le amanti e varie governanti, ognuna a modo suo un surrogato materno per un uomo geniale ed egocentrico. Wright è un personaggio già per sé romanzesco e larger than life, insofferente a compromessi e regole, che coinvolse le proprie donne nella realizzazione dei suoi sogni e ideali, ma che fu sempre in qualche modo irraggiungibile, umanamente distante. Boyle, con la sua prosa asciutta e sguardo ironico, crea un grande affresco, vivido e mai banale, l’intensa storia personale di tre donne forti e di un gigante della cultura che in privato si rivela a volte un ometto. Ma anche lo spaccato di un paese ancorato alla propria identità puritana e timoroso del diverso, rispetto al quale, tuttavia, non sempre il progressista Wright e il suo entourage appaiono moralmente superiori.

Monday, August 24, 2009

Joseph Connolly
Vacanze inglesi
Traduzione di Marco Pensante
Il Saggiatore
pagine 375, € 17

Nella Londra del decennio scorso, due coppie di vicini di casa e amici decidono di passare le vacanze nello stesso luogo di villeggiatura. Howard ed Elizabeth sono agiati, Brian e Dotty invece sono quasi sul lastrico, tanto che con gran vergogna devono rassegnarsi ad alloggiare segretamente in una roulotte. A complicare la situazione arrivano l’amica Melody con figlioletta indesiderata al seguito e altri personaggi quali Colin, sedicenne figlio dei due spiantati e in piena crisi ormonale, la splendida Lulu e il suo gelosissimo marito. Nel frattempo, negli Stati Uniti, Katie, capricciosa figlia adolescente di Elizabeth e Howard, maltratta Norman, dipendente di suo padre e insensatamente innamorato di lei. Un party di fine estate riunirà tutti quanti, e con loro le fila delle vicende.
Joseph Connolly racconta un universo di uomini e donne che definiscono se stessi attraverso ciò che possiedono, che si tratti di denaro, status symbol o altre persone. Ossessionati dal sesso, allegramente amorali, sono propensi al tradimento e alla bi-curiosità. Attraversare la vita senza rifletterci troppo su è la loro filosofia di vita. La maggiore vergogna possibile per loro è non avere abbastanza mezzi economici per “stare al passo con i Jones”, come si dice nel mondo anglosassone – e fa abbastanza impressione, in un’epoca di generale recessione, vedere come uno dei personaggi maggiormente ridicolizzati sia Brian, che si dedica al bricolage riutilizzando oggetti dismessi e che, nel tentativo di garantire in qualche modo a moglie e figlio una vacanza, non ottiene che il loro disprezzo.
Il romanzo di Connolly è tutto qua: pervaso da un allegro cinismo, non rinuncia ad alcun equivoco, doppio senso o improbabile coincidenza per portare avanti la vicenda. E’ evidente che l’aspirazione dell’autore è tratteggiare una satira della middle class inglese, ma manca di sottigliezza e di profondità e non va oltre il livello della farsa – complessivamente divertente, ma poco originale e in definitiva trascurabile.
Mark Sarvas
Harry, rivisto
Traduzione di Franco Salvatorelli
Adelphi
pagine 310, € 19

La creatura di Mark Sarvas, critico letterario statunitense celebre per il blog The Elegant Variation, è un accattivante anti-eroe. Dalla sua prima comparsa in una tavola calda, alle prese con un sandwich disgustoso e con una giovane cameriera di cui si invaghisce all’istante, è chiaro che la prerogativa di Harry Rent è fare passi falsi. Incline all’introversione, alla fantasticheria e all’arrendevolezza, schiacciato dal senso di inadeguatezza che ha segnato il suo matrimonio con la privilegiata Anna, ha collezionato una serie di errori, menzogne e disastri, sabotando ciò che di buono aveva la propria vita. E quando si ritrova improvvisamente vedovo, ritenuto indirettamente responsabile della morte di Anna, dentro di lui, incapace di confrontarsi con la realtà, al posto del dolore c’è solo un gran vuoto. Ma le vie della salvezza sono molteplici, e reinventando se stesso in veste di eroe dumasiano (ispirato dal sandwich!), Harry riuscirà finalmente a stabilire un vero contatto umano, trovando anche se stesso.
Harry, Revised è un romanzo molto piacevole, una trascinante commedia cinematografica in versione cartacea, in cui l’elaborazione di un lutto è affrontata in maniera insolita. E’ difficile non parteggiare per Harry, coinvolto in situazioni umilianti e paradossali, nonostante i suoi umanissimi difetti, o proprio per questo motivo. Sarvas unisce al talento umoristico una notevole sensibilità, che infonde un senso non superficiale alle azioni del suo inadeguato anti-eroe. A guastare, purtroppo, l’impressione generale del romanzo sono i punti deboli: la meccanicità di certi processi psicologici (la sequenza di motivazioni che portano al tradimento da parte di Harry e poi alla morte di Anna è poco credibile) e la caratterizzazione bidimensionale dei genitori di lei, una coppia di ricchi da barzelletta, lei fredda, classista snob, lui buono e remissivo.