Thursday, June 26, 2008

Richard Mason
Le stanze illuminate
Einaudi, pp. 495, € 18,50
Traduzione di Giovanna Scocchera

Richard Mason, ex-enfant prodige della letteratura anglosassone, ritorna a quasi dieci anni dal fortunatissimo esordio con Anime alla deriva, portentoso mix di romance e thriller, e dopo un secondo romanzo meno appassionante, Noi, penalizzato dalla riscrittura a uso del mercato statunitense.
Con The Lighted Rooms lo scrittore di origine sudafricana torna in gran forma, dando sfogo a un'immaginazione curiosa e osservatrice che sa mettersi al servizio dell'oggetto della narrazione. Mason è evidentemente attratto dalle storie di ampio respiro, in cui il passato e il presente dialogano in una ideale circolarità e la finzione non prescinde né dalla realtà presente né dalla memoria storica. E' evidente nella vicenda dell'anziana Joan, l'atipica eroina del romanzo, che prima di concludere la propria vita in una lussuosa casa di riposo visita insieme alla figlia i luoghi della propria giovinezza in Sudafrica. Per una serie di coincidenze, verrà a conoscenza della storia tragica della propria famiglia negli anni della guerra anglo-boera, e nella sua mente minata dall'Alzheimer il passato inizierà a rivivere confondendosi con il presente, le vicende personali con quelle di altri oscuri personaggi. Mentre in Joan si alternano il sollievo dell'immaginazione e l'angoscia per orrori lontani e non, il suo rapporto con la figlia Eloise, carrierista con qualche conto ancora in sospeso con la vita, trova un nuovo e più sincero modo di essere.
Mason crede profondamente nel compito dello scrittore: documentatosi su autentici diari del tempo della guerra, si fa testimone di storie che altrimenti andrebbero perdute. Racconta i propri personaggi con compassione, acume e ironia, senza temere né il romanticismo né l'assurdo. Unico difetto nella sua scrittura è la tendenza a certe facili soluzioni narrative, le coincidenze un po' implausibili, la positività a tutto tondo di certi personaggi di contorno, che nonostante ciò non minano la compattezza di un romanzo quasi perfetto, impossibile da trascurare.

Friday, April 18, 2008

T. Coraghessan Boyle
Identità rubate
Einaudi, pp. 390, € 22
Traduzione di Marilia Strazzeri

Talk Talk è il titolo originale dell'ultimo romanzo di T. C. Boyle, la cui edizione italiana sposta l'attenzione dal tema della comunicazione a quello dell'identità. Ma le due tematiche sono intrecciate indissolubilmente nella storia di Alex Halter, giovane insegnante sorda che, finita erroneamente in galera, scopre che qualcuno, un uomo, le ha rubato nome e identità e perpetua da anni una truffa che gli permette di vivere una vita agiata a spese sue e di altre persone cui negli anni ha rubato l'identità. Insieme al fidanzato Bridger, Alex intraprende una ossessiva caccia all'uomo attraverso vari stati USA che Boyle racconta in parallelo alla vita turbolenta di Peck, alias il secondo Alex Halter, e della sua ignara fidanzata-trofeo Natalia.
Halter, ovvero l'altro, l'alter ego: Identità rubate è una singolare storia sul doppio che non appartiene al genere fantastico, ma anzi è calata in una realtà molto concreta e contemporanea, e al contempo un thriller atipico, in cui anche l'anti-climax finale non disturba. Alex e Peck sono due immagini che si guardano e si confrontano attraverso un immaginario specchio. La donna, abituata da sempre a porsi in relazione con un mondo difficile che, letteralmente, non parla la sua stessa lingua, ha un'identità forte, costruita e difesa con determinazione, che non dipende da luoghi, beni materiali o ruoli sociali. Tutto quello che, al contrario, serve a Peck per creare le proprie, fluttuanti identità: rubate, comprate, messe in scena dentro a case costose, tramite oggetti lussuosi, appariscenti, in una grande finzione destinata inesorabilmente a crollare quando l'uomo viene messo di fronte alla realtà delle proprie origini.
In mano a un narratore meno esperto, il romanzo sarebbe risultato raccogliticcio e didascalico, ma Boyle gestisce benissimo il suo delicato materiale. I personaggi creati dall'autore sono forti, difficile da dimenticare: il sanguigno Peck, il debole Bridger, e soprattutto la spigolosa e determinata Alex, il cui handicap viene affrontato in maniera non condiscendente.

Sunday, March 2, 2008

Newton Thornburg
La strana vita di Cutter e Bone
Fanucci, pp. 320, € 16
Traduzione di Daniela Middioni

Cutter and Bone: un titolo che evoca visioni macabre, mutilazioni, umorismo nero. C'è tutto questo nel romanzo di Newton Thornburg, un autentico classico americano degli anni post-Vietnam, pubblicato per la prima volta nel 1976. E' la storia, thriller sui generis, del reduce Alex Cutter, privato in guerra di un occhio, un braccio e una gamba, del suo amico e compagno di bevute Richard Bone, sano, attraente, gigolo a tempo perso, e di Mo, moglie negletta di Cutter e madre del loro bambino. Cutter ha una personalità tanto trascinante quanto folle e autodistruttiva, che si esprime attraverso un interminabile sproloquiare tra sarcasmo, filosofia e creative menzogne. Una serie di eventi fortuiti porta la coppia di amici sulle tracce di un multimiliardario che Bone crede colpevole dell'omicidio di una ragazza, e che Cutter progetta di ricattare. L'avventura on the road che porta i due uomini dall'assolata California alle montagne degli Ozark avrà conseguenze tragiche in modi inaspettati.
La strana vita di Cutter e Bone è un romanzo pressoché perfetto, il ritratto a colori vividi di un'epoca in cui "all'età d'oro dell'ipocrisia, dei piedi nudi, dell'acido e dell'acquario seguì un senso di disillusione o stanchezza". Alla morte degli ideali, per i due amici sembra non esserci un posto nel mondo: Bone ha abbandonato la vita borghese, il lavoro e la famiglia, mentre Cutter vede nel miliardario Wolfe, il presunto omicida, il simbolo di chi ha l'oscuro potere potere di manovrare e sottomettere gli altri, di mandarli a combattere in una guerra assurda, senza pagare mai in prima persona.
Thornburg, al grande acume politico e sociale, unisce le qualità di un grande narratore, capace di prosa brillante anche quando la storia è più intrisa di disperazione, e di dialoghi scorrevoli e realistici. Cutter e Bone è un romanzo dall'intensità cinematografica – ed è stato infatti tradotto in film pochi anni dopo la pubblicazione – e insieme caratterizzato da una grazia e un'umanità profonda che neanche il cinismo ostentato dei suoi disperati protagonisti riesce ad appannare.

Friday, December 14, 2007

Ian McEwan
Chesil Beach
Einaudi, pp. 136, € 15,50
Traduzione di Susanna Basso

Edward e Florence, due giovani molto innamorati nell'estate inglese del 1962: appena prima dell'avvento dei Beatles, della rivoluzione sessuale, dell'inizio del mondo come lo conosciamo adesso. Lui, ragazzo pragmatico e di buon cuore, conosce i nomi delle piante e i personaggi storici, lei, di buona famiglia e promettente violinista, vive un'interiorità chiusa in sé che si esprime solo attraverso la musica. In una camera d'albergo sulla romantica spiaggia di ciottoli detta Chesil Beach stanno per consumare la prima notte di nozze, entrambi vergini e ciascuno con aspettative molto diverse. Per meglio dire, Florence non ha aspettative, solo un'ansia immensa e inesprimibile, il desiderio che passi tutto più in fretta possibile, e la paura di deludere il marito. Il quale invece non aspetta altro che dare sfogo alle pulsioni a lungo represse e di scoprire un nuovo mondo di piacere e libertà. I gesti sbagliati, le peggiori scelte di parole e un equivoco che si frappone tra di loro come un muro porteranno la coppia a una irreparabile frattura.
E' un romanzo breve e bellissimo Chesil Beach, un racconto di cristallina semplicità con cui McEwan, dopo il monumentale – per ambizioni, non numero di pagine – Sabato, si propone come voyeur senza morbosità, ritornando con il proverbiale senno di poi a un momento storico che coincide anche con il punto di svolta di due vite individuali. Tralasciando il dettaglio delle vicende dei due giovani (McEwan lascia sottilmente intendere cosa stia alla radice dei problemi sessuali di Florence), si tratta di una storia che parla ai lettori moderni, affrontando l'eterno e doloroso tema della comunicazione tra uomini e donne, del conflitto tra estroversione maschile e introversione femminile, e dei giochi di potere che si mettono in atto anche nella coppia più affiatata: "Ciò che aveva in mente Florence... era l'immancabile smania che lei si concedesse di più. [...] Perfino nei momenti più felici, aleggiava su di loro l'ombra di quel biasimo, il malcelato livore dell'insoddisfazione."
Un romanzo tristissimo, più commovente di una storia romantica in cui a opporsi all'amore dei protagonisti sia un fato malevolo e più grande di loro.
Patrick McGrath
Trauma
Bompiani, pp. 252, € 17
Traduzione di Alberto Cristofori

Non è facile parlare di questo ultimo romanzo di McGrath. Si tratta della storia di Charlie Weir, psichiatra dedicato ma dalla vita privata travagliata, negli anni Settanta: segnato da rapporti conflittuali "da manuale" con la madre abbandonata dal marito e con il fratello con cui è in competizione, persegue da sempre lo scopo di salvare anime umane, scopo in cui fallisce secondo una tragica ironia quando non riesce a evitare il suicidio del cognato, e anzi se ne ritiene responsabile. Una tipica storia alla McGrath sul male di vivere e sulla ricerca di una cura, di un ordine al caos, che altro non è che lo scopo della narrativa stessa. Con Trauma, l'autore procede nella personale reinterpretazione del gotico, categoria dell’anima ancor più che genere letterario, capace di resistere a mutamenti epocali e di non perdere nei secoli la dimensione intima e la cupa fatalità che la caratterizzano da Walpole in poi.
Anche in questo ultimo lavoro il clima gotico scaturisce da uno stile piano, naturalistico, apparentemente senza possibilità di equivoco, priva delle ambiguità di una storia di spettri. Ma il romanzo, come altri dell'autore, è raccontato in prima persona e da questo dipende la posizione problematica del lettore, alle prese con un narratore potenzialmente inattendibile. Quanto inattendibile? Il finale giunge quasi affrettato, avulso dal resto della storia: proiezione onirica oppure unica parte reale dell'intera storia? A complicare la fruizione, la quarta di copertina dell'edizione italiana racconta quello che di fatto è uno spoiler della trama e di cui non c'è traccia nella storia narrata da Weir.
Cosa segna dunque il confine tra le sfumature dell'ambiguità veicolate da un sapiente narratore e l'incomprensibilità pura, se a chi legge non viene dato un appiglio, una chiave di decifrazione che spicchi su altri elementi? O forse il genio sta nel fare piazza pulita delle "mappe" che solitamente lo scrittore offre al lettore, offrendogli la visione della nuda coscienza umana? Il fallimento o il trionfo dell'arte della narrativa?

Wednesday, October 17, 2007

Edward St. Aubyn
La famiglia Melrose
Einaudi, euro 15,50
Traduzione di Maurizio Bartocci

È un titolo fuorviante quello scelto per l’edizione italiana di Mother’s Milk: ai Melrose lo scrittore britannico St. Aubyn aveva già dedicato un’intera trilogia (i romanzi Never Mind, Bad News e Some Hope) negli anni Novanta. Attraverso la figura del protagonista, Patrick Melrose, l'autore ha esorcizzato i traumi delle violenze subite da bambino da parte del padre, l'impulso autodistruttivo, il conflitto con l'ambiente ricco e posh di provenienza, con uno stile tuttavia più vicino alla commedia nera che al dramma.
La famiglia Melrose si apre con la folgorante scena della nascita del primogenito di Patrick, Robert, raccontata dal punto di vista del bambino: queste prime pagine, che in mano a un autore mediocre sarebbero riuscite stucchevoli e banali, segnano invece l'inizio di un romanzo brillante e profondo. Diverse soggettive si alternano, nel racconto di quattro estati nella vita dei membri della famiglia Melrose: Robert è il narratore più sorprendente, un bambino in perfetta sintonia con l'ambiente che lo circonda, capace già da piccolissimo di cogliere e imitare il lato ridicolo del suo prossimo – adulto. Patrick vive in preda a nevrosi e dipendenze e inseguendo impossibili fantasmi erotici, sua moglie Mary è totalmente assorbita dal ruolo di madre, mentre Eleanor, l'anziana signora Melrose, sta per lasciare la dimora francese di famiglia in eredità a un poco convincente guru new age.
St. Aubyn è un vero mago della parola, con cui ricrea ciò che avviene nella mente dei suoi personaggi attraverso momenti rivelatori; bambini e adulti condividono, ciascuno a suo modo, la stessa complessità di sentimenti e visione. La partecipazione emotiva dell'autore non soffoca mai l'acume tagliente con cui egli analizza situazioni e atteggiamenti, il dramma si sposa con una pacata ma implacabile satira, in particolare ai danni dei ricchi, con i loro vuoti esistenziali e le loro velleità ridicole ma spesso rovinose. Senza mai cedere al cliché o al giudizio morale.

Thursday, July 26, 2007

Jonathan Coe
La pioggia prima che cada
Feltrinelli, pp. 224, euro 16
Traduzione di Delfina Vezzoli

Coe ha di recente pubblicato in patria Like a Fiery Elephant, imponente lavoro a metà tra il saggio e la biografia dedicato a B. S. Johnson, scrittore degli anni ‘60-’70 che rifiutò la forma tradizionale del romanzo come innaturale e tendenziosa, e dedicò la sua vita alla ricerca della verità attraverso la parola, conscio che, dopo Joyce e la Woolf, la letteratura "seria" non può più accontentarsi di trame ottocentesche e di personaggi nitidi e conclusi in sé. Evidentemente l'autore di Birmingham ne è stato influenzato, poiché ne La pioggia prima che cada abbandona gli intrecci sorprendenti dei suoi romanzi più celebri per adottare una narrazione più lineare, che all'onniscienza della terza persona sostituisce, in buona parte, la voce narrante di una donna anziana che ricorda gli avvenimenti della sua vita legati alle persone che per lei sono state più importanti, e si rivolge alla giovane donna la cui stessa esistenza è stata il risultato di amicizie, amori, incidenti e rotture susseguitisi in più di cinquant'anni di vita.
Non si può dire che il risultato sia pura avanguardia, e l'espediente usato da Coe non è nuovo. Se c'è una ricerca formale, questa risulta solo parzialmente riuscita, ma sono altri i motivi per cui si ama il libro. E' vero, si rimpiange il funambolico inventore di trame de La famiglia Winshaw o La casa del sonno, con il loro amalgama apparentemente improbabile di umorismo affilato e commozione: ne La pioggia prima che cada prevale una malinconia esistenziale più amara che nei romanzi precedenti (almeno fino ai tempi de Il circolo chiuso). Ciò che si ritrova intatta è la bravura dell'autore nel tratteggiare personaggi segnati dal destino, nel far vivere di vita propria i luoghi stessi, conferendo a ogni storia un senso di vera ineluttabilità, la stessa ineluttabilità che la narratrice, Rosamond, attribuisce al destinatario del suo racconto, la giovane Imogen.
Il rifiuto delle convenzioni romanzesche è più chiaro alla fine, in una laconica dichiarazione di intenti: la vita è più grande della finzione, nonostante qualsiasi tentativo di riordinarla tramite la scrittura – più complessa e caotica, e priva di quel senso di chiusura che rassicura il lettore di un romanzo. Non credete alle coincidenze significative di cui erano ricchi i miei romanzi, sembra dire Coe. Credete sempre, però, alla verità dei personaggi.

[Finalmente ho l'occasione di recensire uno dei miei autori preferiti!]
Phil Lamarche
American Youth - Un omicidio involontario
Bompiani, euro 16,00
Traduzione di Ettore Capriolo

“...Rimanevano soltanto gli alberi indesiderabili – quelli giovani, quelli rovinati o contorti, quelli marci o malati.” Con questa potente immagine si apre American Youth, la storia dell’adolescente Ted e della sua improvvisa e repentina scoperta della dimensione adulta. Giovane e rovinato si ritroverà a essere quando un incidente con un fucile di casa, mostrato per farsi bello agli occhi di due amici fratelli, costerà la vita a uno di loro. Mentre la madre cerca vanamente di proteggere Ted dalle sue responsabilità morali e legali, il ragazzo viene avvicinato da un gruppo di coetanei – l’American Youth – fanatici conservatori, dediti a violente attività moralizzatrici nella piccola comunità, che ne fanno un simbolo suo malgrado. Toccato dalla tragedia, dalla violenza e dal dolore, egli è costretto a fare esperienza di una realtà complessa e tutta da decifrare, un paesaggio – sociale e morale – che si riflette tumultuosamente dentro di lui. Mentre, nella piccola comunità rurale del New Hampshire che si espande inesorabilmente, la American Youth si oppone a ciò che è estraneo, al progresso e al cambiamento, è Ted a cambiare e formarsi una coscienza, trovando miracolosamente una sorta di redenzione.
La scrittura di Phil Lamarche, quasi esordiente – la sua storia In the Tradition of My Family è stata soggetto di un film – rispecchia la desolazione del paesaggio, la sua scarna essenzialità riproduce realisticamente l’interazione tra i personaggi senza concessioni al sentimentalismo. Il che rende ancora più incisiva e toccante la parabola di Ted, esponente di una “gioventù americana” che cerca punti di riferimento in una realtà difficile e chiusa in sé, segnata dalla solitudine, dall’individualismo e dall’aggressività come forma di espressione, e in cui la famiglia stessa fatica ad assolvere il proprio ruolo di aggregatore. Un romanzo attuale, significativo, con le qualità di un acuto studio psicologico e insieme di un autentico page-turner.

Sunday, April 29, 2007

Paul Auster
Viaggi nello scriptorium
Einaudi, euro 14,50
Traduzione di Massimo Bocchiola

L'ultima opera di Auster si insinua nel ricco filone della meta-narrativa, la narrativa "consapevole" che riflette su di sé e sul proprio ruolo nel mondo. Storie contenute in altre storie, romanzi imperniati sullo scrivere romanzi, personaggi consapevoli di esistere in un'opera di finzione, sono tra i possibili scenari di questa forma di rappresentazione, esplosa nell'epoca post-moderna, ma antica quasi quanto la narrazione. La più estrema e "logica" delle possibilità che essa offre, è che i personaggi acquisiscano consapevolezza del proprio essere tali e che incontrino il proprio creatore, colui che con la scrittura ha dato loro vita (fittizia).
E' quanto avviene in Viaggi nello scriptorium: il protagonista, Mr Blank (blank come la pagina bianca, pronta per essere scritta), si ritrova rinchiuso in una stanza, senza memoria di chi sia né della propria storia. Ha un letto, una sedia, una scrivania su cui campeggia un manoscritto non finito. Varie persone, che egli non ricorda ma che sembrano conoscerlo bene, sono carcerieri e badanti insieme, lo accudiscono coPublishn amore ma gli ricordano che ha dei conti in sospeso con loro. Sono i personaggi dei romanzi precedenti di Auster stesso, venuti a chiedere conto delle azioni dell'uomo, presumibilmente il loro creatore.
L'idea alla base del romanzo è affascinante, e coinvolge nella lettura. Ma a mano, a mano che la vicenda si dipana, la complessità allegorica prende il sopravvento sul puro piacere della narrazione. La storia narrata nel manoscritto trovato e poi completato da Blank, un canovaccio di fantapolitica non originalissimo, non contribuisce alla godibilità dell'insieme. Il maggiore difetto dei viaggi nello scriptorium di Auster è che i personaggi-carcerieri, che dovrebbero costituire l'anima del romanzo, sono delle figure piatte, non significative per chi non le conoscesse già da precedenti romanzi. Al centro resta quindi solamente la figura dello scrittore tormentato, in un tour de force narcisistico che poco aggiunge alle riflessioni sulla narrativa fatte con testa e cuore.

Friday, March 16, 2007

Taichi Yamada
Estranei
Nord, euro 14

Una ghost story in cui il fantasma è, forse, l’ombra del rimpianto. Opera di un veterano della tv e della narrativa nipponiche, Estranei è un romanzo che alla pulita linearità di uno stile minimalista unisce una complessità di emozioni e suggestioni che, colpendo la sensibilità del lettore, lascia un’eco che va oltre il tempo della fruizione. Stupisce sempre l’approccio degli autori giapponesi al soprannaturale: non si tratta mai di un pretesto per regalare brividi a buon mercato o suscitare sterile meraviglia, come negli horror modaioli sfornati da Hollywood, ma dell’espressione di una spiritualità vissuta con riverenza e... gratitudine (si veda l’ultima frase di questo romanzo per averne un esempio).
Protagonista di Estranei è Hideo, un uomo di mezz’età rassegnato alla mediocrità della propria vita professionale e soprattutto personale, divorziato da poco e in freddi rapporti con il figlio, il quale si imbatte accidentalmente in due persone che sono pressoché identiche ai genitori morti quando era un ragazzino. L’incredibile evento lo risucchia in un vortice di emozioni e sentimenti rimossi, a mano a mano che in lui si insinua sempre più la convinzione che si tratti veramente dei genitori defunti. Nel frattempo, nel grande stabile dove si è trasferito da poco, Hideo instaura un rapporto sentimentale con una vicina di casa bella e sfortunata. I due incontri gli fanno riscoprire il calore del contatto umano che egli aveva da tempo dimenticato. È un percorso (re)iniziatico che lo riporterà a vivere e mettersi in gioco di nuovo, abbattendo la coltre di apatia e di isolamento dietro cui si nascondeva dagli altri e da se stesso. Data l’eccezionalità delle circostanze, però, non potranno mancare ostacoli inattesi...
Come nella migliore tradizione gotica, nel bel romanzo di Yamada ci sono una fanciulla con un segreto, specchi che mentono come fossero il ritratto di Dorian Gray, e una casa, per la precisione un condominio immenso che si svuota alla sera, poiché quasi tutti gli appartamenti sono esclusivamente adibiti a ufficio, proprio sopra una delle strade più trafficate di Tokyo. Un setting privo del romanticismo delle antiche dimore infestate, ma non meno inquietante. Non potrebbe essere ormai più evidente che il mistero e l’orrore, troppo spesso legati a cliché svuotati di senso, possano scaturire in realtà solo da una condizione umana e psicologica esplorata sapientemente. Yamada riesce brillantemente nell’intento, raccontando la sconvolgente normalità del soprannaturale. Una storia originale in cui il metaforico e il verosimile si scontrano, lasciando il lettore nello stato d’animo più straniante: il dubbio.

Sunday, February 18, 2007

Taichi Yamada
Una voce lontana
Nord, euro 13
Traduzione dall’edizione inglese di Emanuela Cervini

Taichi Yamada, veterano della tv e della narrativa del Sol Levante, è noto in Italia per Estranei, pubblicato anch’esso dall’Editrice Nord nel 2005. Anche questo romanzo, scritto da Yamada quasi vent’anni fa, è una storia di elementi soprannaturali che irrompono nella vita di un uomo qualsiasi. Tsuneo è una persona nel cui passato c’è un buco nero, un incidente da dimenticare capitato in gioventù, in una terra lontana come gli Stati Uniti. Adesso si dedica a un lavoro ingrato – è un ufficiale dell’immigrazione – e vive senza grandi slanci, in attesa di contrarre un matrimonio combinato. Finché, un giorno, un episodio inaspettato e senza spiegazione logica gli provoca delle sensazioni inaudite, sconvolgenti e bellissime. Una voce inizia a parlargli telepaticamente: si tratta di una donna che gli chiede di conversare con lei, di raccontarle la sua vita, e in particolare ciò che era avvenuto negli USA. Questa entità diventa sempre più importante nella vita di Tsuneo, che inizia a trascurare il lavoro, a porsi dubbi sulla personalità della ragazza che sta per sposare, e addirittura a farsi beffe di importanti rituali sociali. Chi è la donna della voce, e lo scoprirà mai Tsuneo?...
Come in Estranei, la scrittura dell’autore è lineare, precisa, capace di esprimere suggestioni complesse e di esplorare con sapienza la psicologia del suo protagonista. Il mistero non è un espediente per donare brividi a buon mercato, bensì lo specchio che rivela i veri sentimenti di personaggi che hanno represso i propri istinti più profondi e che si lasciano vivere. In un senso, si tratta del grimaldello che scardina le convenzioni e le apparenze, particolarmente rigide nella società giapponese. Una voce lontana parte con atmosfere insolite che mettono a prova la razionalità del lettore, per finire in una dimensione schiettamente inquietante, quasi lynchiana. Sembra che il percorso re-iniziatico che compie Tsuneo debba portarlo da qualche parte, ma in realtà il percorso stesso è il punto d’arrivo.
Celia Rees
La casa dei desideri
Salani, euro 13
Traduzione di Valentina Daniele

L’universo di Celia Rees, che migliaia di lettori appassiona nel mondo, è fatto di grandi passioni, avventura, mistero e meraviglie. Dopo storie al femminile come Il viaggio della strega bambina e Corsare, schiettamente avventurose e legate a ere lontane, l’autrice inglese propone ora un romanzo ambientato in un tempo relativamente vicino a noi come il 1976. Il quindicenne protagonista Richard, in vacanza nel Galles con i genitori, scopre che la casa abbandonata che amava esplorare con il suo migliore amico, Wish House, è di nuovo abitata dai legittimi proprietari: si tratta degli anticonformisti Dalton, artisti. Per il ragazzo si apre un mondo nuovo, di valori sconosciuti alla sua grigia e mediocre famiglia: la ricerca della bellezza, la noncuranza alle convenzioni, l’istintività e la libertà sessuale. Con la giovane, fascinosa Clio, Richard scopre la passione, mentre il patriarca Jay, quasi un guru dell’arte figurativa, fa di lui il suo nuovo modello e musa, e sua moglie Lucia lo accoglie come un altro figlio, forse affascinata dalla sua limpida normalità.
La bravura della Rees sta nel ricreare con una scrittura essenziale ma evocativa il tipico momento indimenticabile che segna una vita: per Richard si tratta della scoperta di una dimensione diversa da quella quotidiana e della nuova apertura mentale che ne acquisisce. Il libro stesso, inframmezzato dalle descrizioni dei quadri a ispirazione celtica di Jay, ha una qualità pittorica che lo lascia impresso nella memoria. Intendiamoci, non c’è nulla di nuovo nella descrizione di un ambiente bohemien, delle sue suggestioni e dei suoi misteri, visto dal tipico outsider, che vorrebbe farne parte ma allo stesso non ha gli strumenti per capirlo fino in fondo. Il romanzo è intenso e appassiona, lasciando però un’impressione di incompletezza, come se non si sbilanciasse ad andare abbastanza nel profondo, appoggiandosi invece a stereotipi già noti.

Tuesday, January 30, 2007

RIVELAZIONI
SARA GRAN: Il richiamo del trascendente

Una giovane donna con una carriera promettente, un marito ideale e la casa dei sogni: cosa potrebbe rovinare questo scenario invidiabile? Solo una possessione demoniaca. è quanto succede ad Amanda, protagonista del bel romanzo di Sara Gran La voce dentro, pubblicato lo scorso settembre da Longanesi. Un romanzo veloce e affascinante, che ha conquistato Bret Easton Ellis e che "M-Rivista del Mistero" ha recensito sullo scorso numero [n.2, 2006]. Abbiamo recentemente contattato l'autrice, una bibliofila appassionata di occulto, per discutere del suo libro – non tramite una tavoletta ouija, ma in una più prosaica chat-room. Sara Gran gestisce un interessante blog all'indirizzo http://saragran.blogspot.com.

Grazie per essere venuta e congratulazioni per il romanzo.
Grazie. Ho visto di recente l'edizione italiana e penso che l'editore abbia fatto uno splendido lavoro – gran bel volume. Credo che sia in lavorazione anche il mio libro successivo, Dope, ma non so per quando sarà pronto.
La voce dentro è uscito in quattordici paesi, il che è fantastico, ma ne ho perso del tutto traccia, non so più chi l'ha pubblicato e dove!

Un grande risultato per un libro avvincente, e terrificante per quanto è credibile. Vorrei porti una domanda banale. C'è spazio, nella storia di Amanda, per l'ambiguità, o dobbiamo dare come fatto assodato che la donna è posseduta?
Io penso che il lettore abbia sempre ragione. Quindi, sì, c'è spazio per l'ambiguità. Dopotutto, un giorno io non ci sarò più ma il libro esisterà ancora e vivrà di vita propria. Detto questo, a me sembra ovvio che Amanda sia veramente posseduta, sebbene molti dei miei lettori non siano d'accordo! No, non era una domanda banale.

Anche secondo me si tratta di un vero caso di possessione. Mi sono chiesta se mi fossi persa qualche segno che riveli che Amanda è semplicemente pazza... Di sicuro lei stessa preferirebbe sentirsi fare una diagnosi del genere, ma la realtà si rivela persino peggiore.
L'idea che avevo in mente durante la stesura del romanzo era di lasciare persistere l'ambiguità, finché sarebbero apparsi dei segni inequivocabili, almeno per me, che Amanda è davvero posseduta. Per esempio, quando capisce ciò che la gente dice in lingue a lei sconosciute: per quello non esiste spiegazione razionale. Ma suppongo che alcuni lettori abbiano pensato che fosse tutto nella sua testa.

Un pensiero più tollerabile.
Sì. Penso che alcuni si sentano a disagio all'idea che la possessione possa essere reale.

Ma fin dalla prima pagina Amanda sembra seguire un percorso già ben definito. I segni della possessione diventano sempre più evidenti, come evidenziano i risultati del test che la protagonista ripete più volte. Da dove ti viene questo interesse per l'esoterismo?
Non so da dove mi venga questo interesse per l'esoterico, ma l'ho sempre avuto. Quando ero bambina amavo leggere strani libri su fantasmi, ufo, cose così.

Credi in una sorta di pensiero magico che ci aiuti a capire il mondo?
Seriamente? Io credo a tutto. E non credo a niente. Davvero. Una volta che ti convinci di conoscere la verità su queste cose, allora puoi essere sicuro di sbagliarti.

Quindi il punto non è ottenere risposte, ma continuare a farsi domande e coltivare il dubbio?
Sì, è un buon modo di vedere la questione. Dubita di tutto. Penso che sia vero in tutti i campi, non solo in ambito esoterico.

Sei una fan di Rosemary's Baby?
Il film di Polanski è uno dei miei preferiti e ha influenzato molto il mio libro, non solo nella trama, ma in particolar modo sull'andamento della narrazione. Volevo che si svelasse tutto a poco, a poco come in Rosemary's Baby.

Entrambe le storie sono spietate. Quali altri romanzi o film hanno influenzato il tuo lavoro?
E' sempre difficile rispondere a questa domanda, ma per La voce dentro posso dire con certezza di essere stata ispirata maggiormente da Shirley Jackson, in particolare da We Have Always Lived in the Castle e da The Bird's Nest. è conosciuta in Europa? Negli Stati Uniti il racconto The Lottery è una lettura obbligatoria nelle scuole.

Io ho amato molto The Haunting of Hill House [pubblicato in Italia da Adelphi con il titolo L’incubo di Hill House], un vero classico del terrore, che riesce a far vivere al lettore la paura che provano i personaggi ancora prima che avvenga qualcosa. Qua la Jackson non è nota come meriterebbe, temo.
Mi chiedevo se La voce dentro voglia essere una riflessione sul conflitto tra il femminile e il maschile. Amanda sembra essere ostile alle autorità maschili. Il suo capo è la prima vittima, anche se solo verbalmente. Poi viene il marito. E l'edicolante sgarbato...
Non ci ho pensato mentre lo scrivevo. Anche se, certamente, volevo che si accendesse un conflitto tra un particolare personaggio di sesso femminile e le figure autoritarie della sua vita, la maggioranza delle quali sono uomini. E' una differenza sottile ma importante.

Non dobbiamo quindi vedere Amanda come simbolo di qualche oscuro potere femminile? Il demone Naama lo è.
Spero di no! Sono rimasta divertita, ma anche sconcertata, da alcuni critici, i quali hanno visto il romanzo come una parabola femminista. Non penso che il senso del femminismo stia nell'uccidere uomini... E non prenderei Amanda come modello esemplare. Direi che possiamo fare meglio di così!
Naama è quello che è, un demone-donna, con caratteristiche peculiarmente femminili, certo, ma non credo sia un simbolo delle donne. Sfortunatamente, ai nostri tempi è difficile parlare di un individuo, o un gruppo di individui, senza che la gente pensi che si sta parlando in generale.

Sembra che il demone costringa Amanda a vedere la realtà con più chiarezza.
In un certo modo è proprio quello che fa, perciò è così allettante per Amanda. Ma Naama, in realtà, le sta mostrando solo una sottile porzione della realtà – una sottile porzione diversa da quella che Amanda vedeva precedentemente, se capisci quel che voglio dire.

Riguardo al marito di Amanda, sembra l'uomo perfetto ma poi si rivela pieno di difetti.
Amanda cerca di vedere solo il suo lato migliore. Ma Naama vuole che lei veda solo quello peggiore. Nessuno dei due è il vero. In fondo, non siamo tutti (e i nostri mariti) pieni di difetti?

Forse il vero demone è l'ego? Amanda viene sedotta dalla possibilità di non preoccuparsi più di nessuno e di niente.
Sì. Penso che quando reprimiamo parti della nostra personalità, queste vengono fuori prima o poi sotto forme non gradevoli. Amanda cerca in tutti i modi di essere "buona", trascurando completamente le parti "non buone" della sua personalità, che divengono facile preda delle manipolazioni del demone.

C'è qualche segnale che forse Amanda ha represso il suo lato più selvaggio, quello della sua vita prima del matrimonio.
Sì, decisamente, ed è parte del suo problema.

Un'ultima domanda sul resto dei tuoi lavori. Dope è un giallo. Cosa possiamo sapere del romanzo che stai scrivendo adesso?
Non mi piace parlare dei lavori che ho in cantiere finché non ho ancora trovato un modo azzeccato per descriverlo. Ma posso dire che è quasi finito e lo mostrerò presto al mio agente!

Tuesday, January 23, 2007

RIVELAZIONI
MARTINA COLE

Originaria dell’Essex, UK, Martina Cole è autrice di grande successo in patria e nel mondo: undici romanzi incentrati sul mondo criminale londinese, più di tre milioni di copie vendute globalmente, due libri – Dangerous Lady e The Jump – adattati per la televisione. Storie forti di grande attualità, crudo realismo e trame coinvolgenti caratterizzano il suo stile peculiare. Editrice Nord ha avuto il merito di proporla al pubblico italiano per la prima volta, con il romanzo The Know, adattato con il titolo Io lo so: è la storia di una prostituta, Joanie, cui rapiscono e uccidono la figlia minore Kira, ragazzina graziosa e amata da tutti, segnata da un lieve ritardo mentale. Tra i personaggi pericolosi che popolano il mondo di Joanie, sarà suo figlio Jon Jon, giovane criminale in ascesa, a cercare vendetta per la sorellina.
In occasione dell’uscita del romanzo, nello scorso marzo, abbiamo incontrato l’autrice, una persona brillante e molto generosa, che ci ha reso partecipi della sua poetica e della sua visione del mondo.

La prima domanda sul suo romanzo, così appassionante e particolare, è di rito: come è arrivata a scrivere di ambienti così difficili, dominati dalla violenza, dalla droga, di temi così duri?
È una domanda a cui ho dovuto rispondere molte volte, sì. Il motivo è che io provengo da ambienti simili a quelli che descrivo. Si scrive di quello che si conosce, e questo è il mondo che io conosco meglio. Si può dire che adesso c’è un certo interesse per come vive “l’altra metà del mondo”... per così dire. Fino a un po’ di tempo fa la gente era interessata alla vita dei ricchi, c’erano le serie tv come Dallas o Dinasty... o Dallasty, come le chiamavano. Oggi invece la gente vuole sapere anche come vivono gli altri strati della società, quelli che stanno nell’ombra. Vogliono comprendere questo mondo, sapere come mai una donna diventa una prostituta: non solo quello che fa ma perché lo fa e questo è ciò che interessa a me.

L’aspetto che più mi ha colpito è che non ci sono buoni o cattivi, ci sono sfumature nei codici morali che sono molto varie. A seconda del comportamento di un personaggio possiamo iniziare a pensare che sì, sia una persona abbastanza morale e onesta, ma poi possiamo cambiare idea. Non c’è nulla di scontato, di prefissato, e questo ovviamente fa pensare il lettore, lo fa ragionare, e può creare confusione. Mi chiedevo se questo aspetto le ha attirato delle critiche, dato che non a tutti piace doversi interrogare costantemente sulla moralità dei personaggi.
Quando è stato pubblicato il mio primo libro in Gran Bretagna nessuno sapeva cosa fare di me, non sapevano dove collocarmi nel mondo editoriale, e per molti anni sono stata ignorata, nonostante le mie vendite cominciassero a salire. Per qualche motivo non sapevano che fare di questa donna, bionda, priva di un’istruzione documentata... anche se io in realtà ho sempre letto molto. Per anni non ho risposto ai criteri di cosa deve essere un autore. Anno dopo anno, però, il mio successo è continuato e gli editori hanno iniziato a capirmi. Adesso vanno alla ricerca di una nuova Martina Cole da mettere nei loro cataloghi.
Per me l’importante è scrivere delle situazioni della vita reale: ci sono molte situazioni nella vita in cui pensiamo che una persona sia in un modo, invece poi scopriamo che non è così. Basta chiedere a qualsiasi uomo o donna che abbia divorziato, per esempio. Io vado un passo più in là, mi metto ad analizzare e cercare di capire perché le cose vadano in un certo modo e perché le persone siano come sono, e le sorprese sono ovunque. Nel mondo degli affari, ma non solo: in qualsiasi campo e sfera della vita ci sono persone che non sono quello che sembrano.
Penso che ciò che si apprezza dei miei libri è che non soltanto c’è una storia da seguire, ma emerge anche il modo in cui le persone vivono la propria vita. Cerco di mettere in luce le situazioni quotidiane, dal momento in cui una persona si alza la mattina e deve portare i figli a scuola fino a quando va a letto alla sera, osservando come riesce a gestire certe situazioni. Ci sono molte cose sbagliate che si fanno per motivi giusti e cose giuste che si fanno per motivi sbagliati, e questi sono aspetti su cui mi soffermo. Certo, il mondo è difficile, può essere spaventoso e può portare confusione nelle persone. Io cerco di scrivere di quelle parti della società che nella vita cerchiamo di ignorare, anche se sappiamo che non dovremmo.

Ha mai subìto censura sui suoi romanzi?
No, in realtà no, e siamo molto fortunati in Inghilterra in questo senso. Soltanto, i miei libri non sono permessi in alcune carceri, in particolare in quelle di massima sicurezza, dove sono detenuti i molestatori sessuali e i pedofili. Questo mi fa molto piacere perché non vorrei che li leggessero comunque.
Diciamo che in questo caso non è davvero censura, solo la constatazione che certi argomenti non sono adatti a certe persone.

Possiamo dire che i suoi sono romanzi sociali, la cui lettura ha una particolare utilità per le persone?
Sì, qualcuno ha definito i miei libri una sorta di social commentary. Sul “Times Literary Supplement”, di recente, un recensore si è soffermato sulla terminologia usata nei miei romanzi, la lingua della strada, dicendo che forse tra cent’anni si discuterà di questo tipo di slang e si cercherà di capire che cosa significasse esattamente. Proprio come oggi si discute della lingua di Shakespeare per capire cosa significassero le parole usate in quel modo, questo
linguaggio sarà documento della nostra epoca.

Ecco una curiosità che avevo: ci può fare qualche esempio di espressioni che noi, leggendo i suoi romanzi in traduzione, ci perderemo?
Nell’East London c’è il dialetto cockney, che è basato soprattutto sulle rime: è un gergo astruso che è stato creato oltre cent’anni fa dai criminali come linguaggio segreto per non farsi comprendere da nessuno. Per esempio, rhythm and blues sta per shoes, scarpe, North and South sta per mouth, bocca, e persino Brad Pitt è diventato shit!... Qualche tempo fa c’era un ministro di nome Edward Heath e aveva dei denti enormi, così il suo nome è diventato un eufemismo per teeth, denti. In UK c’è una soap opera molto popolare, Eastenders, i cui personaggi parlano il cockney... e sono quasi tutti criminali. Gli Eastenders sono gente molto “avanti”, tutto quello che conoscono viene descritto con questo colorito linguaggio, e ciò che ne risulta è una visione molto acuta della realtà. Un altro esempio... per dire soldi si dice bread, pane. Ricordo che una volta, da giovane, vidi una enorme scritta su un muro che diceva “La vita è come un enorme sandwich di merda: più pane – denaro – c’è, meno senti il sapore della merda”. Questa frase mi ha colpito molto! Ma non mettetelo nell’intervista, i lettori potrebbero essere troppo sconvolti. [I nostri lettori sicuramente saranno abbastanza forti. NdR].

La storia di The Know mi ha fatto pensare a un romanzo molto famoso, Mystic River di Dennis Lehane.
Sono molto contenta di questo paragone, anche se il mio libro in UK è uscito prima. Pensando al film che Clint Eastwood ha tratto da Mystic River, mi sovviene un film recente che mi è piaciuto molto, in cui lo stesso Kevin Bacon interpreta splendidamente un pedofilo [The Woodsman - Il segreto]. È molto interessante vedere un personaggio che non vuole essere quello che è e osservare le cose dal suo punto di vista: qual è la sua vita, cosa significa per lui questa condizione. Io ho voluto raccontare la storia dal punto di vista di una persona come Joanie, la protagonista, a cui rapiscono la figlia non certo allo scopo di un riscatto, che non potrebbe neanche pagare. Inavvertitamente, tutti i personaggi sono coinvolti in qualche modo in quello che succede e contribuiscono a far sì che ciò si verifichi.
È una cosa che succede in continuazione nel mondo: pensiamo a chi vende cocaina per la strada e a chi la compra, usandola come una droga sociale: in realtà non si rende conto di quello che avviene in Colombia, dove interi villaggi vengono distrutti per coltivare la cocaina. Questo, in una scala più ridotta, è quello che ho voluto raccontare nel mio romanzo: come tutti noi possiamo essere coinvolti nel causare dei disastri senza rendercene conto, perché non vediamo il quadro complessivo, chiusi come siamo nel nostro microcosmo. È una cosa in cui credo molto: è fondamentale che ognuno si occupi di quello che gli succede vicino, poiché da una piccola cosa può nascerne una grossa. Molti pensano che i piccoli gesti che compiono sono per forza innocui, ma è con quei mattoncini che si costruisce il muro!

Nel prologo sappiamo immediatamente che la piccola Kira è stata rapita e uccisa...
Sì, fin dal mio primo libro questo è il mio modo di raccontare la storia: si sa dall’inizio che cosa succede, a differenza di altri scrittori che trascinano il lettore nella vicenda poco per volta. Io non voglio che il lettore si ricordi che una bambina è stata rapita e uccisa, voglio che si ricordi del personaggio, che lo conosca poco per volta e arrivi ad amarlo veramente: questa è la cosa che mi importa. Qualcuno mi ha anche detto: perché non l’hai tenuta in vita? Ma è così che avviene nella vita reale. Non sempre c’è il lieto fine.

Quali sono le sue letture preferite, le sue influenze?
Quando sto scrivendo non leggo mai libri nuovi, ma cose completamente diverse dai romanzi. Conta molto ciò che ho letto sui giornali o un’espressione sentita da una persona. Molte volte mi viene in mente la figura di un personaggio e poi decido che cosa fargli fare. Scrivere un romanzo è un po’ come giocare a fare Dio, puoi fargli accadere quello che vuoi, renderlo felice oppure no. In genere sono più attratta dagli eventi tristi e tragici, soprattutto quelli che potrebbero essere evitati, e dalle condizioni difficili, di povertà.

Lei è ottimista o pessimista sullo stato della società?
A volte sono ottimista, a volte pessimista. Diciamo che sono un’ottimista con una vena di realismo. Cerco di guardare sempre al lato positivo delle cose.

Always look on the bright side of life...
Sì, come cantano in Brian di Nazareth dei Monty Python! Mi viene in mente una mia amica molto religiosa a cui il figlio, per farle uno scherzo, ha messo il DVD di Brian nella custodia di La passione di Cristo...
Ai miei personaggi succedono cose che schiacciano l’ottimismo, ma la cosa importante da considerare nella vita, secondo me, è che la felicità è uno stato d’animo. Molte persone ne vanno alla ricerca tutta la vita senza rendersi conto che in realtà è sempre stata lì vicino. Questo avviene anche perché la nostra società, con le pubblicità per esempio, ci bombarda di messaggi su cosa dobbiamo avere e fare per essere felici, mentre spesso lo siamo veramente quando facciamo le cose più semplici con le persone che amiamo. Io nella mia vita ho avuto un grande successo, ho ottenuto molto, ma ho perso i miei genitori quando avevo ventuno anni e non ho mai avuto modo di apprezzarli perché ero troppo giovane... A quell’età non si capiscono e apprezzano davvero i propri genitori.

Quali altri libri consiglierebbe a chi ha amato Io lo so?
Direi Faceless, la cui protagonista, Marie Carter, esce di prigione dopo dodici anni. È stata incarcerata per avere ucciso due amiche in modo molto stupido, in preda all’alcool, quando era molto giovane. Quando noi la conosciamo, appena uscita di prigione, è diventata una persona diversa, quella che sarebbe potuta diventare se fosse nata e cresciuta in un altro ambiente. Negli anni di detenzione non ha avuto visitatori, né amici né familiari; quando torna in libertà va a cercare le sue due figlie e si ricostruisce una vita, cercando di non ricadere negli stessi errori. Trova le figlie e scopre che una sta riprecorrendo le sue stesse orme. Noi scopriamo attraverso gli occhi della madre, che osserva la vita della figlia, come era stata la sua stessa vita da giovane. È un libro molto forte, che in Inghilterra i genitori consigliano alle figlie per metterle in guardia dai pericoli che corrono. Un’altra cosa interessante è che la figlia di Marie ha una figlia a sua volta, e le due donne cercano di interrompere questo ciclo. Come tutti i miei libri, anche questo non è per i deboli di cuore. Ha comunque un finale semi-lieto.
Tutti i miei libri parlano di questioni con forte carica emotiva. Un altro è Two Women e parla di violenze domestiche, di come una donna arrivi ad ammazzare il marito. In seguito alla pubblicazione di questo libro sono stata coinvolta nel finanziamento di case di accoglienza per chi ha subìto violenze simili.
CHARLOTTE LINK:
LA CRISI NELL’ESISTENZA

Charlotte Link è un’autrice tra le più amate e seguite in Germania: a quarantadue anni vanta già una nutrita produzione di best-seller e una schiera di lettori appassionati. Se in Italia è conosciuta per i suoi avvincenti mystery, le sue origini come scrittrice sono però da ricercare nel romanzo storico, genere in cui si cimentò per la prima volta a soli sedici anni. È nel 1997, dopo la conclusione di una trilogia ambientata nella Germania dell’Ottocento, che avviene la svolta, con La casa delle sorelle. Una svolta che investe non solo il piano cronologico, ma anche le coordinate di ambientazione e di genere: è infatti il primo romanzo in cui la Link affronta il tempo presente, un’ambientazione “esotica” come l’Inghilterra, e il mystery. Il romanzo ha un successo notevole in patria, bissato dalla buona accoglienza nel nostro paese, e apre le porte ai romanzi che verranno: gialli atipici, il cui interesse principale risiede nelle dinamiche psicologiche dei personaggi, persone comuni alle prese con amori,relazioni fallite, tradimenti e, naturalmente, con il proprio lato oscuro. Tra i successi dell’autrice, ricordiamo La donna delle rose, L’uomo che amava troppo, Alla fine del silenzio.
Ho incontrato Charlotte Link all’Hotel Manin di Milano, in occasione della presentazione italiana del suo ultimo lavoro, La doppia vita, alle soglie dell’estate di quest’anno.

L’aspetto più notevole de La doppia vita è che tutti i (molti) personaggi hanno situazioni difficili da affrontare nella vita di relazione. L’intreccio giallo si innesta su una trama realistica di vita vissuta. Sia gli uomini che le donne hanno dei problemi con i rispettivi partner, amanti, o con l’assenza di essi. Si va dalla normalità, all’eccezionalità al puramente patologico, come nel caso della donna sfigurata dall’acne. Quello che colpisce alla fine del romanzo è che, in ogni caso, le vite di tutti subiscono uno stravolgimento, e non è detto che questo sia sempre senza lati positivi. Perché dunque l’attenzione per questo tipo di evoluzione della coppia, nonché della vita delle persone in generale?
Cerco sempre di mettere i miei personaggi in una situazione generale di crisi, crisi che può essere nella coppia, nel lavoro, o dovuta a una malattia; si tratta comunque di un momento specifico che fa vacillare la vita dai suoi normali binari, e in cui i meccanismi di difesa vengono meno, non funzionano più. È qua, dunque, che lo scrittore si inserisce per trovare il cuore dei personaggi. Il momento di crisi mette in luce non solo le nostre debolezze, ma anche, in qualche modo, consente una certa libertà, ed è per questo che rappresenta sempre un evento molto interessante da analizzare.

A quanto pare molti elementi delle sue storie si riallacciano al romanzo ottocentesco: il legame con il passato, i segreti che riaffiorano, i rapporti umani burrascosi, le passioni, le ambientazioni esotiche e piene di atmosfera, prima l’Inghilterra, poi la Francia. Si sente in qualche modo legata a una tradizione un po’ rétro che prende le mosse da quella letteratura, dal romanzo di genere, dal gotico? Quali sono le sue letture preferite e le maggiori influenze?
Sì, direi che ho un modo molto conservatore di scrivere e penso di essere prossima alla tradizione letteraria del Diciannovesimo secolo. Leggo soprattutto letteratura britannica, thriller, romanzi in genere ma ancora di più mi dedico alla lettura della narrativa scandinava, che da noi è diventata molto popolare in questi ultimi anni. Questo di sicuro ha influenzato il mio modo di scrivere. Ho sempre però una vera passione per le biografie storiche, ne leggo molte.

Lei è partita dal romanzo puramente storico per poi scriverne tanti che svelavano un legame, nello sviluppo della storia, tra alcuni avvenimenti passati e il presente. Ora è approdata a un romanzo che è ambientato interamente ai giorni nostri e in cui non prende più in considerazione periodi passati. Vorrei sapere se c’è un’epoca in cui si sente maggiormente a suo agio come scrittrice.
Adesso come adesso, preferisco decisamente le storie che si svolgono nella nostra epoca, mentre all’inizio scrivevo soltanto romanzi storici, ambientati prevalentemente nel Seicento e Settecento europei. Credo tuttavia che potrei cambiare ancora, tornando al romanzo storico, ma a un certo punto ho preferito cambiare per non rimanere incollata a quel genere, ho deciso di virare...

Come viene percepito il romanzo giallo nel suo paese, la Germania? Viene ancora relegato alla letteratura minore o gode di un certo prestigio “letterario”? Com’è il rapporto con i suoi lettori in quanto autrice di gialli?
Direi che in Germania il thriller va per la maggiore, è molto trendy, non solo fa tendenza ma attira un pubblico davvero vastissimo. Per quanto riguarda il mio personale rapporto con i lettori, è un rapporto che si è consolidato nel tempo, fin da quando scrivevo i romanzi storici. Adesso sono arrivata al punto che non mi chiedono più il romanzo storico, ma accettano quello che io decido di scrivere, indipendentemente dal genere. Il mio contatto con il pubblico si svolge anche in maniera epistolare e questo mi consente di mantenere un rapporto diretto e intenso con i miei lettori.

[La mia prima intervista, e si vede: domande troppo verbose!]