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Friday, March 16, 2007

Taichi Yamada
Estranei
Nord, euro 14

Una ghost story in cui il fantasma è, forse, l’ombra del rimpianto. Opera di un veterano della tv e della narrativa nipponiche, Estranei è un romanzo che alla pulita linearità di uno stile minimalista unisce una complessità di emozioni e suggestioni che, colpendo la sensibilità del lettore, lascia un’eco che va oltre il tempo della fruizione. Stupisce sempre l’approccio degli autori giapponesi al soprannaturale: non si tratta mai di un pretesto per regalare brividi a buon mercato o suscitare sterile meraviglia, come negli horror modaioli sfornati da Hollywood, ma dell’espressione di una spiritualità vissuta con riverenza e... gratitudine (si veda l’ultima frase di questo romanzo per averne un esempio).
Protagonista di Estranei è Hideo, un uomo di mezz’età rassegnato alla mediocrità della propria vita professionale e soprattutto personale, divorziato da poco e in freddi rapporti con il figlio, il quale si imbatte accidentalmente in due persone che sono pressoché identiche ai genitori morti quando era un ragazzino. L’incredibile evento lo risucchia in un vortice di emozioni e sentimenti rimossi, a mano a mano che in lui si insinua sempre più la convinzione che si tratti veramente dei genitori defunti. Nel frattempo, nel grande stabile dove si è trasferito da poco, Hideo instaura un rapporto sentimentale con una vicina di casa bella e sfortunata. I due incontri gli fanno riscoprire il calore del contatto umano che egli aveva da tempo dimenticato. È un percorso (re)iniziatico che lo riporterà a vivere e mettersi in gioco di nuovo, abbattendo la coltre di apatia e di isolamento dietro cui si nascondeva dagli altri e da se stesso. Data l’eccezionalità delle circostanze, però, non potranno mancare ostacoli inattesi...
Come nella migliore tradizione gotica, nel bel romanzo di Yamada ci sono una fanciulla con un segreto, specchi che mentono come fossero il ritratto di Dorian Gray, e una casa, per la precisione un condominio immenso che si svuota alla sera, poiché quasi tutti gli appartamenti sono esclusivamente adibiti a ufficio, proprio sopra una delle strade più trafficate di Tokyo. Un setting privo del romanticismo delle antiche dimore infestate, ma non meno inquietante. Non potrebbe essere ormai più evidente che il mistero e l’orrore, troppo spesso legati a cliché svuotati di senso, possano scaturire in realtà solo da una condizione umana e psicologica esplorata sapientemente. Yamada riesce brillantemente nell’intento, raccontando la sconvolgente normalità del soprannaturale. Una storia originale in cui il metaforico e il verosimile si scontrano, lasciando il lettore nello stato d’animo più straniante: il dubbio.

Tuesday, January 23, 2007

RIVELAZIONI
MARTINA COLE

Originaria dell’Essex, UK, Martina Cole è autrice di grande successo in patria e nel mondo: undici romanzi incentrati sul mondo criminale londinese, più di tre milioni di copie vendute globalmente, due libri – Dangerous Lady e The Jump – adattati per la televisione. Storie forti di grande attualità, crudo realismo e trame coinvolgenti caratterizzano il suo stile peculiare. Editrice Nord ha avuto il merito di proporla al pubblico italiano per la prima volta, con il romanzo The Know, adattato con il titolo Io lo so: è la storia di una prostituta, Joanie, cui rapiscono e uccidono la figlia minore Kira, ragazzina graziosa e amata da tutti, segnata da un lieve ritardo mentale. Tra i personaggi pericolosi che popolano il mondo di Joanie, sarà suo figlio Jon Jon, giovane criminale in ascesa, a cercare vendetta per la sorellina.
In occasione dell’uscita del romanzo, nello scorso marzo, abbiamo incontrato l’autrice, una persona brillante e molto generosa, che ci ha reso partecipi della sua poetica e della sua visione del mondo.

La prima domanda sul suo romanzo, così appassionante e particolare, è di rito: come è arrivata a scrivere di ambienti così difficili, dominati dalla violenza, dalla droga, di temi così duri?
È una domanda a cui ho dovuto rispondere molte volte, sì. Il motivo è che io provengo da ambienti simili a quelli che descrivo. Si scrive di quello che si conosce, e questo è il mondo che io conosco meglio. Si può dire che adesso c’è un certo interesse per come vive “l’altra metà del mondo”... per così dire. Fino a un po’ di tempo fa la gente era interessata alla vita dei ricchi, c’erano le serie tv come Dallas o Dinasty... o Dallasty, come le chiamavano. Oggi invece la gente vuole sapere anche come vivono gli altri strati della società, quelli che stanno nell’ombra. Vogliono comprendere questo mondo, sapere come mai una donna diventa una prostituta: non solo quello che fa ma perché lo fa e questo è ciò che interessa a me.

L’aspetto che più mi ha colpito è che non ci sono buoni o cattivi, ci sono sfumature nei codici morali che sono molto varie. A seconda del comportamento di un personaggio possiamo iniziare a pensare che sì, sia una persona abbastanza morale e onesta, ma poi possiamo cambiare idea. Non c’è nulla di scontato, di prefissato, e questo ovviamente fa pensare il lettore, lo fa ragionare, e può creare confusione. Mi chiedevo se questo aspetto le ha attirato delle critiche, dato che non a tutti piace doversi interrogare costantemente sulla moralità dei personaggi.
Quando è stato pubblicato il mio primo libro in Gran Bretagna nessuno sapeva cosa fare di me, non sapevano dove collocarmi nel mondo editoriale, e per molti anni sono stata ignorata, nonostante le mie vendite cominciassero a salire. Per qualche motivo non sapevano che fare di questa donna, bionda, priva di un’istruzione documentata... anche se io in realtà ho sempre letto molto. Per anni non ho risposto ai criteri di cosa deve essere un autore. Anno dopo anno, però, il mio successo è continuato e gli editori hanno iniziato a capirmi. Adesso vanno alla ricerca di una nuova Martina Cole da mettere nei loro cataloghi.
Per me l’importante è scrivere delle situazioni della vita reale: ci sono molte situazioni nella vita in cui pensiamo che una persona sia in un modo, invece poi scopriamo che non è così. Basta chiedere a qualsiasi uomo o donna che abbia divorziato, per esempio. Io vado un passo più in là, mi metto ad analizzare e cercare di capire perché le cose vadano in un certo modo e perché le persone siano come sono, e le sorprese sono ovunque. Nel mondo degli affari, ma non solo: in qualsiasi campo e sfera della vita ci sono persone che non sono quello che sembrano.
Penso che ciò che si apprezza dei miei libri è che non soltanto c’è una storia da seguire, ma emerge anche il modo in cui le persone vivono la propria vita. Cerco di mettere in luce le situazioni quotidiane, dal momento in cui una persona si alza la mattina e deve portare i figli a scuola fino a quando va a letto alla sera, osservando come riesce a gestire certe situazioni. Ci sono molte cose sbagliate che si fanno per motivi giusti e cose giuste che si fanno per motivi sbagliati, e questi sono aspetti su cui mi soffermo. Certo, il mondo è difficile, può essere spaventoso e può portare confusione nelle persone. Io cerco di scrivere di quelle parti della società che nella vita cerchiamo di ignorare, anche se sappiamo che non dovremmo.

Ha mai subìto censura sui suoi romanzi?
No, in realtà no, e siamo molto fortunati in Inghilterra in questo senso. Soltanto, i miei libri non sono permessi in alcune carceri, in particolare in quelle di massima sicurezza, dove sono detenuti i molestatori sessuali e i pedofili. Questo mi fa molto piacere perché non vorrei che li leggessero comunque.
Diciamo che in questo caso non è davvero censura, solo la constatazione che certi argomenti non sono adatti a certe persone.

Possiamo dire che i suoi sono romanzi sociali, la cui lettura ha una particolare utilità per le persone?
Sì, qualcuno ha definito i miei libri una sorta di social commentary. Sul “Times Literary Supplement”, di recente, un recensore si è soffermato sulla terminologia usata nei miei romanzi, la lingua della strada, dicendo che forse tra cent’anni si discuterà di questo tipo di slang e si cercherà di capire che cosa significasse esattamente. Proprio come oggi si discute della lingua di Shakespeare per capire cosa significassero le parole usate in quel modo, questo
linguaggio sarà documento della nostra epoca.

Ecco una curiosità che avevo: ci può fare qualche esempio di espressioni che noi, leggendo i suoi romanzi in traduzione, ci perderemo?
Nell’East London c’è il dialetto cockney, che è basato soprattutto sulle rime: è un gergo astruso che è stato creato oltre cent’anni fa dai criminali come linguaggio segreto per non farsi comprendere da nessuno. Per esempio, rhythm and blues sta per shoes, scarpe, North and South sta per mouth, bocca, e persino Brad Pitt è diventato shit!... Qualche tempo fa c’era un ministro di nome Edward Heath e aveva dei denti enormi, così il suo nome è diventato un eufemismo per teeth, denti. In UK c’è una soap opera molto popolare, Eastenders, i cui personaggi parlano il cockney... e sono quasi tutti criminali. Gli Eastenders sono gente molto “avanti”, tutto quello che conoscono viene descritto con questo colorito linguaggio, e ciò che ne risulta è una visione molto acuta della realtà. Un altro esempio... per dire soldi si dice bread, pane. Ricordo che una volta, da giovane, vidi una enorme scritta su un muro che diceva “La vita è come un enorme sandwich di merda: più pane – denaro – c’è, meno senti il sapore della merda”. Questa frase mi ha colpito molto! Ma non mettetelo nell’intervista, i lettori potrebbero essere troppo sconvolti. [I nostri lettori sicuramente saranno abbastanza forti. NdR].

La storia di The Know mi ha fatto pensare a un romanzo molto famoso, Mystic River di Dennis Lehane.
Sono molto contenta di questo paragone, anche se il mio libro in UK è uscito prima. Pensando al film che Clint Eastwood ha tratto da Mystic River, mi sovviene un film recente che mi è piaciuto molto, in cui lo stesso Kevin Bacon interpreta splendidamente un pedofilo [The Woodsman - Il segreto]. È molto interessante vedere un personaggio che non vuole essere quello che è e osservare le cose dal suo punto di vista: qual è la sua vita, cosa significa per lui questa condizione. Io ho voluto raccontare la storia dal punto di vista di una persona come Joanie, la protagonista, a cui rapiscono la figlia non certo allo scopo di un riscatto, che non potrebbe neanche pagare. Inavvertitamente, tutti i personaggi sono coinvolti in qualche modo in quello che succede e contribuiscono a far sì che ciò si verifichi.
È una cosa che succede in continuazione nel mondo: pensiamo a chi vende cocaina per la strada e a chi la compra, usandola come una droga sociale: in realtà non si rende conto di quello che avviene in Colombia, dove interi villaggi vengono distrutti per coltivare la cocaina. Questo, in una scala più ridotta, è quello che ho voluto raccontare nel mio romanzo: come tutti noi possiamo essere coinvolti nel causare dei disastri senza rendercene conto, perché non vediamo il quadro complessivo, chiusi come siamo nel nostro microcosmo. È una cosa in cui credo molto: è fondamentale che ognuno si occupi di quello che gli succede vicino, poiché da una piccola cosa può nascerne una grossa. Molti pensano che i piccoli gesti che compiono sono per forza innocui, ma è con quei mattoncini che si costruisce il muro!

Nel prologo sappiamo immediatamente che la piccola Kira è stata rapita e uccisa...
Sì, fin dal mio primo libro questo è il mio modo di raccontare la storia: si sa dall’inizio che cosa succede, a differenza di altri scrittori che trascinano il lettore nella vicenda poco per volta. Io non voglio che il lettore si ricordi che una bambina è stata rapita e uccisa, voglio che si ricordi del personaggio, che lo conosca poco per volta e arrivi ad amarlo veramente: questa è la cosa che mi importa. Qualcuno mi ha anche detto: perché non l’hai tenuta in vita? Ma è così che avviene nella vita reale. Non sempre c’è il lieto fine.

Quali sono le sue letture preferite, le sue influenze?
Quando sto scrivendo non leggo mai libri nuovi, ma cose completamente diverse dai romanzi. Conta molto ciò che ho letto sui giornali o un’espressione sentita da una persona. Molte volte mi viene in mente la figura di un personaggio e poi decido che cosa fargli fare. Scrivere un romanzo è un po’ come giocare a fare Dio, puoi fargli accadere quello che vuoi, renderlo felice oppure no. In genere sono più attratta dagli eventi tristi e tragici, soprattutto quelli che potrebbero essere evitati, e dalle condizioni difficili, di povertà.

Lei è ottimista o pessimista sullo stato della società?
A volte sono ottimista, a volte pessimista. Diciamo che sono un’ottimista con una vena di realismo. Cerco di guardare sempre al lato positivo delle cose.

Always look on the bright side of life...
Sì, come cantano in Brian di Nazareth dei Monty Python! Mi viene in mente una mia amica molto religiosa a cui il figlio, per farle uno scherzo, ha messo il DVD di Brian nella custodia di La passione di Cristo...
Ai miei personaggi succedono cose che schiacciano l’ottimismo, ma la cosa importante da considerare nella vita, secondo me, è che la felicità è uno stato d’animo. Molte persone ne vanno alla ricerca tutta la vita senza rendersi conto che in realtà è sempre stata lì vicino. Questo avviene anche perché la nostra società, con le pubblicità per esempio, ci bombarda di messaggi su cosa dobbiamo avere e fare per essere felici, mentre spesso lo siamo veramente quando facciamo le cose più semplici con le persone che amiamo. Io nella mia vita ho avuto un grande successo, ho ottenuto molto, ma ho perso i miei genitori quando avevo ventuno anni e non ho mai avuto modo di apprezzarli perché ero troppo giovane... A quell’età non si capiscono e apprezzano davvero i propri genitori.

Quali altri libri consiglierebbe a chi ha amato Io lo so?
Direi Faceless, la cui protagonista, Marie Carter, esce di prigione dopo dodici anni. È stata incarcerata per avere ucciso due amiche in modo molto stupido, in preda all’alcool, quando era molto giovane. Quando noi la conosciamo, appena uscita di prigione, è diventata una persona diversa, quella che sarebbe potuta diventare se fosse nata e cresciuta in un altro ambiente. Negli anni di detenzione non ha avuto visitatori, né amici né familiari; quando torna in libertà va a cercare le sue due figlie e si ricostruisce una vita, cercando di non ricadere negli stessi errori. Trova le figlie e scopre che una sta riprecorrendo le sue stesse orme. Noi scopriamo attraverso gli occhi della madre, che osserva la vita della figlia, come era stata la sua stessa vita da giovane. È un libro molto forte, che in Inghilterra i genitori consigliano alle figlie per metterle in guardia dai pericoli che corrono. Un’altra cosa interessante è che la figlia di Marie ha una figlia a sua volta, e le due donne cercano di interrompere questo ciclo. Come tutti i miei libri, anche questo non è per i deboli di cuore. Ha comunque un finale semi-lieto.
Tutti i miei libri parlano di questioni con forte carica emotiva. Un altro è Two Women e parla di violenze domestiche, di come una donna arrivi ad ammazzare il marito. In seguito alla pubblicazione di questo libro sono stata coinvolta nel finanziamento di case di accoglienza per chi ha subìto violenze simili.
Paola Barbato
Bilico
Rizzoli euro 17,00

Thriller di ambientazione americana con c0mplessi di inferiorità rispetto a quelli “veri”. Storie di polizia bonaria all’italiana, disturbanti come una pizza margherita. Bilico, per fortuna, è distante anni luce dagli uni e dalle altre. Nello sconvolgente romanzo d’esordio della Barbato, già sceneggiatrice di Dylan Dog, l’anatomo-patologa e psichiatra Giuditta Licari indaga su un efferato serial killer che apparentemente sceglie le sue vittime a caso. Nessuno è all’altezza della genialità della dottoressa, personalità dominata da una profonda curiosità verso gli altri esseri umani, eppure gelida nel suo distacco analitico. Nessuno ne è all’altezza tranne l’assassino, che ingaggia una lotta a distanza con Giuditta, riuscendo a coinvolgerla anche sul piano personale.
L’autrice prende dichiaratamente le distanze dalle eroine belle e idealizzate delle serie televisive statunitensi: la sua protagonista è una donna dall’aspetto scialbo, preparatissima e metodica, che gli altri giudicano solida e prevedibile. È la sua vita privata a rivelarsi, ma solo al lettore, piena di ombre. La Barbato snobba altresì le soluzioni di comodo dei “romanzacci di serie B” e costruisce un elaborato marchingegno narrativo davvero sorprendente, che non lascia scampo al lettore e, seducendolo con le lusinghe di una storia larger than life, lo coinvolge in situazioni agghiaccianti che lasciano un retrogusto amaro di reale. La sua forza sta nel non arretrare mai davanti agli eccessi del male. Alla domanda “chi sono i mostri?” risponde tratteggiando un’umanità di varia natura ma tutta ugualmente ambigua: nessuno si salva.
Bilico, come le migliori storie “nere”, indaga il lato non solo oscuro, ma inconoscibile dell’animo umano, in cui albergano impulsi e desideri insieme a qualcosa di più inquietante ancora: il nulla.

Monday, January 22, 2007

Stephen King
La storia di Lisey
traduzione di Tullio Dobner
Sperling & Kupfer
pagg 620, € 18,00

La storia di Lisey è, nella ormai sterminata produzione kinghiana, un’opera di conferme: chi ama lo scrittore del Maine vi ritroverà alcune delle sue tematiche fondanti; chi è convinto che il suo maggior pregio stia nell’umanità dei personaggi ancora prima che nelle invenzioni orrorifiche leggerà il romanzo con piacere, e chi l’ha sempre criticato per i suoi eccessi sarà ugualmente accontentato.
Nonostante lo stesso King sottolinei al lettore che la protagonista, moglie di un autore di best-seller deceduto, Scott Landon, non è un alter ego di Tabitha, la propria consorte, è impossibile non leggere la storia come un affettuoso omaggio alla donna che da anni vive all’ombra dello Scrittore Venerato e il cui ruolo nella sua vicenda personale è invisibile al lettore. In Lisey compare anche, come già in Misery, il tipico fan la cui adorazione sconfina nel delirio, ed è il motore della storia, in uno spunto peraltro un po’ pretestuoso. Il tema portante del romanzo è proprio la follia, che prende varie forme: il demone radicato nella storia familiare di Scott, l’alienazione di Amanda, sorella di Lisey, il fanatismo e il feticismo intellettuale. Alla scrittura, e all’amore, viene attribuito l’unico potere salvifico in grado di contrastarla.
Come nel più classico King, il lato oscuro si materializza, stavolta non in una metà oscura, ma in un intero mondo parallelo che è il rifugio, non solo metaforico ma addirittura fisico e tangibile, di Scott. Un luogo di grande bellezza ma che, in quanto proiezione della mente, diventa pericoloso quando cala il buio... Qui Lisey dovrà seguire le tracce lasciate dal marito defunto per scrivere l’ultima parola della propria storia.
L’eccesso tipico di King rende imperfetto il romanzo, che non manca di tempi morti e che spesso sfiora il kitsch (il ricorrente linguaggio privato di Scott e Lisey risulta imbarazzante). Ma è un eccesso che deriva dalla generosità dello scrittore, il quale nei romanzi dà, e non è un luogo comune, tutto se stesso, rendendoci voyeur di un processo creativo che consente reinterpretazioni ma non finzioni.
Mitch Cullin
Tideland
traduzione di Stefano Tummolini
Fazi
pagine 234, euro 14,50

Non si fatica a capire che cosa abbia colpito Terry Gilliam di questo formidabile romanzo dello statunitense Cullin tanto da trarne il suo ultimo film: il visionario regista fu-Monty Python abbraccia da sempre una poetica del mondo filtrata da occhi infantili e visioni iperboliche e orrorifiche. Occhi e visioni che, lungi dall’edulcorare la realtà, la reinterpretano con nuove chiavi di lettura.
La realtà narrata in Tideland è più che tetra: Jeliza-Rose, undicenne figlia di una rockstar in declino, si trova sola, dopo la morte per overdose di entrambi i genitori, in una casa colonica in mezzo ai campi di grano del Texas. In attesa di un impossibile risveglio del padre, la piccola vaga per i dintorni insieme alle sue uniche amiche, delle teste di bambola cui dà voce e personalità, e fa la conoscenza di due personaggi inquietanti, un’apicultrice che lei crede una strega – e gli eventi sembreranno darle ragione – e suo fratello ritardato, con cui scambia i primi baci. “Tideland” è il regno delle maree, il mondo sottomarino dove Jeliza-Rose e il ragazzo, Dell, trovano rifugio da una realtà che li schiaccia e nega loro un’affettività vera. Un mondo capovolto, come lo scuolabus rovesciato dove la ragazzina immagina le voci di compagni di scuola che non ha mai avuto.
La scrittura visionaria e vivida di Cullin, che narrando in prima persona dà vita a una Jeliza-Rose iperrealista, non risparmia al lettore nessun orrore né invenzione allucinante, in una favola più che mai oscura e opprimente. Ma a dominare su tutto è una profonda, straziante tristezza. Solo un evento eclatante e catartico, forse, potrà infine aprire uno spiraglio nella vita della ragazzina, una breccia che la potrà portare alla consapevolezza della realtà e alla maturità.
Adesso attendiamo solo di vedere la trasposizione filmica di Gilliam che, penalizzata dalla distribuzione, non ha ancora una data di uscita ufficiale in Italia. [aggiornamento: aprile 2007 :-)]
Monica Ali
Alentejo blu
Pagg. 255, EURO 15,00
Tropea

Mamarrosa è un villaggio del Portogallo di quelli che si definiscono “fermi nel tempo”. In Alentejo blu, secondo romanzo di Monica Ali dopo Sette mari e tredici fiumi, esso è teatro dei tormenti esistenziali di personaggi diversi, separati da età, provenienza, esperienze. Dalla giovane Teresa, desiderosa di cambiare vita a Londra, ai locali, depositari della memoria storica del posto, alla coppia di turisti in crisi prima del matrimonio, fino alla famiglia disfunzionale inglese e allo scrittore straniero in cerca di nuova ispirazione, tutti lottano per uscire da una situazione di stasi che sembra di respirare attraverso l’aria del posto. Gli abitanti del villaggio attendono il ritorno di Marco Alfonso Rodrigues, una figura mitizzata, che ha lasciato Mamarrosa da anni e si dice abbia fatto fortuna. Il suo arrivo coincide con una festa che riunirà per un po’ tutti i protagonisti e le loro storie: una conclusione non risolutiva, una mancata catarsi, un anti-climax. Di Marco Afonso non si saprà molto più di prima e la funzione del suo personaggio appare debole e poco chiara.
All’inizio del romanzo, con l’evocazione degli orrori della dittatura di Salazar, fa capolino la Storia con la S maiuscola, ma diventa ben presto chiaro che il vero interesse dell’autrice è rivolto alle storie individuali, ognuna con il proprio carico di ennui, con il proprio fardello sulle spalle. Monica Ali è un’attenta osservatrice: i suoi personaggi ingaggiano dialoghi dal sapore di vita vissuta, e di ciascuno coglie peculiarità e tic. E’ una scrittura precisa, colta, ma eccessivamente auto-consapevole e distaccata, che stenta a coinvolgere davvero il lettore. Molte sono le frasi tagliate come aforismi, che suscitano ammirazione per il loro acume, molte le ellissi utilizzate ad arte, con pudore. Un dipinto vivido ma che non resta nel profondo.

Sara Gran
La voce dentro
trad. Eva Kampmann
pagg 168
Longanesi

Amanda è un giovane architetto in ascesa, sposata a un uomo bello e fine che le dà la stabilità che le mancava. Ha coronato il suo sogno personale di farsi la casa su misura: un loft in un palazzo centenario e semi-deserto, che ha comprato a poco prezzo e ristrutturato con zelo. È lì che inizia a frantumarsi il sogno di questa vita perfetta e promettente, quando lei e il marito vengono perseguitati da un ticchettio che risuona per tutto l’appartamento. Da lì in poi, le stranezze si moltiplicano e per Amanda comincia un personale incubo senza via d’uscita. Voci interiori mai udite prima, sogni troppo realistici, strani incontri e coincidenze, e libri sulla possessione demoniaca che apparentemente per caso si materializzano davanti a lei... Amanda viene spinta alla dissolutezza e al male. Potrebbe – e vorrebbe– essere pazza, ma la spiegazione peggiore sembra anche la più plausibile. La mitica seconda sposa di Adamo, Naama, sembra essersi incarnata in lei.
Fin dalla prima pagina, il demone si manifesta come la parte più istintiva e non repressa di Amanda, incurante di formalità, istituzioni e convenzioni sociali e interessata solo a soddisfare i propri impulsi. Crolla inesorabile anche la visione che la donna ha del marito, di cui inizia a vedere con amara lucidità difetti e comportamenti irritanti. In lei si innesca una lotta tra la sua personalità di sempre e la bestialità di Naama, che le promette un immenso potere in cambio di un legame perverso e inscindibile, e che rappresenta la forza di una femminilità minacciosa.
Sara Gran, autrice statunitense appassionata di testi rari sull’occulto, imbastisce una storia che cattura da subito, inesorabile e credibile, che sembra appartenere più al campo del disturbante psicologico che del gotico, nonostante la sua impostazione la riconduca allo stesso genere di un classico come Rosemary’s Baby – e in questa discendenza troppo diretta sta forse l’unica pecca del romanzo. Resta impressa, insieme al tour de force narrativo, la formidabile immagine dell’amica immaginaria dell’Amanda bambina.
Kenneth J. Harvey
La città che dimenticò di respirare
Einaudi, pp. 529
€ 11,55

Da qualche decennio, nel mondo arido e frettoloso in cui viviamo, la ricerca di un senso innato alle cose prende strade diverse. Nel campo della letteratura tocca al genere fantastico incaricarsi di recuperare quel senso del magico che sembra essere perduto, e che è all’origine dell’attività stessa del raccontare, allo scopo di dare un significato, anche irrazionale, agli eventi.
Il romanzo del canadese Harvey si inserisce nel filone paranormale che ha reso celebri scrittori come il nipponico Koji Suzuki, autore di Ring e Dark Water, con relativi adattamenti al cinema. La città... presenta componenti comuni: la forza degli elementi, il diffondersi di un male oscuro, la sensibilità dei bambini e delle anime semplici, il passato che ritorna.
Esso narra di una strana sindrome respiratoria che improvvisamente coglie gli abitanti di un piccolo villaggio dell’isola di Terranova. Joseph, padre separato, e la figlioletta Robin, che vi trascorrono le vacanze estive, fanno strani incontri, mentre la bambina realizza disegni premonitori di eventi inquietanti. Calamari giganti e squali albini compaiono dal mare, insieme a una serie di cadaveri di persone annegate da anni, se non da secoli. Oltre al respiro, le persone colpite sembrano perdere il senso della propria identità. Ci si rende conto che le cose vanno male da quando il villaggio non vive più della pesca del merluzzo e, invece, la tecnologia ha iniziato a predominare nella vita dei suoi abitanti.
Alla fine del romanzo appare chiaro che il messaggio, non certo nuovo, sia proprio questo: perdere contatto con la natura, nonché con la propria natura di uomini, rende fragili le persone distaccandole dalle proprie radici e dai sentimenti più veri. La storia, all’inizio intrigante, si perde poi tra troppi spaventi, stupori e metafore, lasciando l’impressione che l’autore abbia voluto strafare senza riuscire a dare vita a quell’afflato meraviglioso e magico che evidentemente ricercava.
Kazuo Ishiguro
Non lasciarmi
Einaudi, pp. 291
€ 17,50

Kathy, Tommy e Ruth: memorie di un’infanzia passata insieme. Un collegio esclusivo, prati verdi, bullismo e amicizia, tradizioni e autorità, sogni e speranze. Sembrerebbe un racconto di formazione di stampo inglese come altri, ma è qualcosa di nettamente diverso: quasi una storia di corpi alieni trapiantati nella società. Kazuo Ishiguro non è nuovo a storie crudeli e struggenti, come il suo celebre Quel che resta del giorno, ma in questo magnifico romanzo trova un modo originale di raccontare la ricerca di una identità e di un futuro, e al contempo l’impossibilità della speranza. Il suo tono è segnato dal peggior tipo di nostalgia possibile: quella che si prova per ciò che non si è mai avuto.
Ishiguro si insinua nel solco della tradizione intimista inglese, con un passo deliberatamente cauto, in apparenza lieve. Assume il punto di vista di chi è dentro le mura di una speciale prigione dorata e molto gradualmente fornisce gli indizi per costruire il quadro complessivo: questa è la sua crudeltà di autore, che non lascia scampo né ai suoi personaggi, né al lettore che segue le loro vicende e ne rimane avvinto. Non lasciarmi (un titolo perfettamente vago e neutro che non indica la collocazione del libro in un genere) racconta vite che sono in realtà soltanto una collezione di attimi concessi pietosamente da dèi imperfetti.
E’ la storia di un destino impietoso e da cui non ci si può ribellare. Ma perché? Se conoscere la verità equivale a poter scegliere, perché i protagonisti sembrano rinunciare a questa libertà? Questo, al di là del percorso di indizi e false piste, è il vero mistero del romanzo, di questi personaggi così dolorosamente simili a noi e nello stesso tempo non veramente conoscibili. Torna alla memoria Mr Stevens, il maggiordomo del più celebre libro di Ishiguro sopra menzionato, con la sua dedizione apparentemente cieca...
Octavia E. Butler
La parabola del seminatore
EURO 16,00, 344 p.
Fanucci

Ambientato nel futuro prossimo in una California segnata dal degrado di uomini e strutture, La parabola del seminatore è il diario della giovane Lauren, figlia di un predicatore che vive in una enclave protetta dagli assalti di poveri disperati e di drogati piromani. Dotata di una sindrome di iper-empatia che la porta a condividere il dolore altrui, la ragazza studia il modo per andarsene dal suo microcosmo precariamente protetto e dalle riflessioni che ha raccolto in anni trae gli spunti per fondare una nuova religione, detta Il Seme della Terra.
Si tratta di un romanzo di fantascienza anomalo, che parla di scenari amaramente plausibili, in cui un eccesso di protezione rappresenta l'unico modo di sopravvivere e, al contempo, la negazione dell'umanità e della libertà individuale. L'essere umano, spogliato delle sovrastrutture solite, si mostra senza maschera: al suo peggio, isolato dai suoi simili e capace di bestialità, o al suo meglio, potenzialmente invincibile quando è portato a riscoprire la solidarietà e l ingegno.
Lontano dalle vaghezze New Age, il Seme della Terra è più una filosofia che una religione, poiché non contempla dèi o entità soprannaturali più grandi di noi: "Dio" è l'idea del cambiamento e del plasmare la propria realtà giorno per giorno. Per Lauren non c'è distinzione tra questioni pratiche ed elevazione spirituale, con un pragmatismo molto americano (e in odore di zen). Dalle ceneri di una società che va letteralmente in fumo (è forte nel romanzo la imagery legata agli elementi, come al paesaggio) potrà sorgerne una nuova e più solida. Crolla anche la struttura consumistica, al centro di tutto è di nuovo l'uomo, mentre gli oggetti ritornano a essere meri strumenti con una funzione.
Un romanzo non del tutto originale e a tratti didascalico, ma affascinante e appassionante, da una signora della fantascienza statunitense.