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Tuesday, January 23, 2007

CHARLOTTE LINK:
LA CRISI NELL’ESISTENZA

Charlotte Link è un’autrice tra le più amate e seguite in Germania: a quarantadue anni vanta già una nutrita produzione di best-seller e una schiera di lettori appassionati. Se in Italia è conosciuta per i suoi avvincenti mystery, le sue origini come scrittrice sono però da ricercare nel romanzo storico, genere in cui si cimentò per la prima volta a soli sedici anni. È nel 1997, dopo la conclusione di una trilogia ambientata nella Germania dell’Ottocento, che avviene la svolta, con La casa delle sorelle. Una svolta che investe non solo il piano cronologico, ma anche le coordinate di ambientazione e di genere: è infatti il primo romanzo in cui la Link affronta il tempo presente, un’ambientazione “esotica” come l’Inghilterra, e il mystery. Il romanzo ha un successo notevole in patria, bissato dalla buona accoglienza nel nostro paese, e apre le porte ai romanzi che verranno: gialli atipici, il cui interesse principale risiede nelle dinamiche psicologiche dei personaggi, persone comuni alle prese con amori,relazioni fallite, tradimenti e, naturalmente, con il proprio lato oscuro. Tra i successi dell’autrice, ricordiamo La donna delle rose, L’uomo che amava troppo, Alla fine del silenzio.
Ho incontrato Charlotte Link all’Hotel Manin di Milano, in occasione della presentazione italiana del suo ultimo lavoro, La doppia vita, alle soglie dell’estate di quest’anno.

L’aspetto più notevole de La doppia vita è che tutti i (molti) personaggi hanno situazioni difficili da affrontare nella vita di relazione. L’intreccio giallo si innesta su una trama realistica di vita vissuta. Sia gli uomini che le donne hanno dei problemi con i rispettivi partner, amanti, o con l’assenza di essi. Si va dalla normalità, all’eccezionalità al puramente patologico, come nel caso della donna sfigurata dall’acne. Quello che colpisce alla fine del romanzo è che, in ogni caso, le vite di tutti subiscono uno stravolgimento, e non è detto che questo sia sempre senza lati positivi. Perché dunque l’attenzione per questo tipo di evoluzione della coppia, nonché della vita delle persone in generale?
Cerco sempre di mettere i miei personaggi in una situazione generale di crisi, crisi che può essere nella coppia, nel lavoro, o dovuta a una malattia; si tratta comunque di un momento specifico che fa vacillare la vita dai suoi normali binari, e in cui i meccanismi di difesa vengono meno, non funzionano più. È qua, dunque, che lo scrittore si inserisce per trovare il cuore dei personaggi. Il momento di crisi mette in luce non solo le nostre debolezze, ma anche, in qualche modo, consente una certa libertà, ed è per questo che rappresenta sempre un evento molto interessante da analizzare.

A quanto pare molti elementi delle sue storie si riallacciano al romanzo ottocentesco: il legame con il passato, i segreti che riaffiorano, i rapporti umani burrascosi, le passioni, le ambientazioni esotiche e piene di atmosfera, prima l’Inghilterra, poi la Francia. Si sente in qualche modo legata a una tradizione un po’ rétro che prende le mosse da quella letteratura, dal romanzo di genere, dal gotico? Quali sono le sue letture preferite e le maggiori influenze?
Sì, direi che ho un modo molto conservatore di scrivere e penso di essere prossima alla tradizione letteraria del Diciannovesimo secolo. Leggo soprattutto letteratura britannica, thriller, romanzi in genere ma ancora di più mi dedico alla lettura della narrativa scandinava, che da noi è diventata molto popolare in questi ultimi anni. Questo di sicuro ha influenzato il mio modo di scrivere. Ho sempre però una vera passione per le biografie storiche, ne leggo molte.

Lei è partita dal romanzo puramente storico per poi scriverne tanti che svelavano un legame, nello sviluppo della storia, tra alcuni avvenimenti passati e il presente. Ora è approdata a un romanzo che è ambientato interamente ai giorni nostri e in cui non prende più in considerazione periodi passati. Vorrei sapere se c’è un’epoca in cui si sente maggiormente a suo agio come scrittrice.
Adesso come adesso, preferisco decisamente le storie che si svolgono nella nostra epoca, mentre all’inizio scrivevo soltanto romanzi storici, ambientati prevalentemente nel Seicento e Settecento europei. Credo tuttavia che potrei cambiare ancora, tornando al romanzo storico, ma a un certo punto ho preferito cambiare per non rimanere incollata a quel genere, ho deciso di virare...

Come viene percepito il romanzo giallo nel suo paese, la Germania? Viene ancora relegato alla letteratura minore o gode di un certo prestigio “letterario”? Com’è il rapporto con i suoi lettori in quanto autrice di gialli?
Direi che in Germania il thriller va per la maggiore, è molto trendy, non solo fa tendenza ma attira un pubblico davvero vastissimo. Per quanto riguarda il mio personale rapporto con i lettori, è un rapporto che si è consolidato nel tempo, fin da quando scrivevo i romanzi storici. Adesso sono arrivata al punto che non mi chiedono più il romanzo storico, ma accettano quello che io decido di scrivere, indipendentemente dal genere. Il mio contatto con il pubblico si svolge anche in maniera epistolare e questo mi consente di mantenere un rapporto diretto e intenso con i miei lettori.

[La mia prima intervista, e si vede: domande troppo verbose!]
Simone Greco
Fra' Diavolo. L'estetica della guerriglia
Bevivino, 10 euro

La figura leggendaria di Fra' Diavolo mi è nota da ben prima che potessi sentire il suo nome in una lezione di storia: ricordo mio nonno, anni fa, raccontarmi delle imprese del brigante suo compaesano. Entrambi erano originari di Itri, e non solo: i Cardi, miei avi, erano una delle famiglie presso cui Fra' Diavolo era solito radunarsi con i suoi uomini.
Ha attraversato ormai due secoli la fama di Michele Pezza, diventato quasi per caso un assassino, e per vocazione guerrigliero in difesa dei regnanti Borboni contro l'invasore francese, dalle soglie del XIX secolo in poi, per sette, gloriosi anni. Non sembra mai venir meno il piacere della narrazione, di raccontare e far rivivere fatti vissuti, e poco importa se sono distorti dalla leggenda: è pur sempre un modo per gli esseri umani di parlare di se stessi e di ciò che sta loro a cuore.
È questo piacere che anima la collana di originale concezione "Wanted", in cui l'editore Bevivino raccoglie storie che provengono dall'immaginario collettivo, nate di recente (come le imprese della banda della Uno bianca raccontate nel primo volume pubblicato – cfr. "M- Rivista del Mistero" n. 15), oppure risalenti a epoche lontane come quella del brigante di Itri. A corredare la narrazione è l'illustrazione a fumetti di uno degli episodi più coloriti del racconto. Simone Greco, autore di Fra' Diavolo, si basa su una ricca documentazione, ma il suo libro è lontano dall'essere un saggio, e contemporaneamente prende le distanze dall'aneddotica pura. In un volume di agile lettura, poco più di cento pagine, tratteggia un ritratto appassionante di Michele Pezza come uomo e come incarnazione di valori sociali e politici. Il suo fascino del male gli derivava dal rappresentare ciò che né l'inefficiente re di Napoli né il popolo mediocre avrebbero potuto mai sognare di essere: un eroe disposto al sacrificio di sé per la difesa della propria terra, una personalità sanguigna e determinata, del cui carisma erano prova sia il grande seguito ottenuto nelle campagne, dove egli raccoglieva le proprie squadre di guerriglieri, sia l'aura quasi soprannaturale che circondava la sua figura. Un uomo pronto a punire i francesi per il loro ateismo, sebbene con metodi molto distanti da qualsiasi etica cristiana...
Il popolo, quel popolo che Fra' Diavolo, a fasi alterne acclamato e abbandonato, disprezzava in quanto "si piegava a ogni soffio del vento", sembra essere il vero narratore del racconto. All'asciuttezza del cronachista, Greco riesce a unire una particolare cadenza che riproduce, con le sue espressioni desuete o colloquiali e le sue ripetizioni, la voce di chi delle imprese del brigante fu testimone diretto o, più spesso, per sentito dire. Come un moderno cantastorie.

Monday, January 22, 2007

JOYCE CAROL OATES
Storie americane
Tropea, pp. 512, €18
Traduzione di Lucia Fochi e Isabella Zani

Una straordinaria pubblicazione, Storie americane: un'occasione per il lettore di scoprire una scrittrice tra le migliori contemporanee in una delle forme che le sono più congeniali. Nota per i suoi romanzi-fiume, Joyce Carol Oates nasce però come autrice di racconti (ammontano a circa quattrocento) in cui si è allenata a tratteggiare minuziosi ritratti psicologici, femminili ma non solo, immergendoli in un contesto sociale e storico che fa da sfondo alle storie e ne è insieme protagonista. Racconti incentrati su dettagli illuminanti e momenti rivelatori, con uno stile che ha da insegnare a chiunque voglia imparare a scrivere narrativa.
Si tratta di un'opera preziosa in quanto la Oates ne è sia autrice che editor: i brani sono stati da lei stessa selezionati per rappresentare i suoi primi vent'anni di produzione (negli anni Sessanta e Settanta) nonché una sorta di autobiografia letteraria. Sono ventisette storie di grande freschezza e insieme già cariche del mistero e della tensione che animano i suoi libri successivi. Emerge con chiarezza come sia fondante il tema della violenza: violenza come manifestazione esteriore delle passioni e pulsioni umane, del lato oscuro che soggiace alla personalità di ogni essere umano. La violenza è inestricabile dal sentimento amoroso (e ben due racconti hanno nel titolo "amore" e "morte" insieme) e dai giochi di potere in corso tra uomini e donne, ed è fisica e palpabile nei racconti che esplorano questioni razziali.
Protagonisti di buona parte delle storie sono volti e corpi di giovani donne (come sarà poi in Foxfire, romanzo su una gang di ragazze): la femminilità e la giovinezza sono viste dall'autrice come forze a se stanti, che rivendicano il proprio elusivo ma dirompente potere e una posizione nel mondo che viene spesso negata o ristretta. Temi che fanno apparire Joyce Carol Oates come una scrittrice femminista, nel senso meno banale del termine. Toccherà nel 2000 a Blonde, biografia romanzata della diva del cinema per eccellenza, condensare le più profonde riflessioni della narratrice americana sull'identità femminile.
DORIS LESSING
La storia del generale Dann, della figlia di Mara, di Griot e del cane delle nevi
Fanucci, pp. 240, € 16
Traduzione di Simona Fefè

Con questo romanzo Doris Lessing torna a esplorare le collisioni tra ciò che è stato e ciò che è possibile. Da decenni la grande autrice di famiglia inglese ma cresciuta in Rodesia ha affiancato alle storie di impianto realistico una produzione non mimetica e prossima al fantasy. Mentre in una delle sue più belle storie, Il quinto figlio, l’elemento fantastico appariva inaspettatamente in un contesto quotidiano, il principale interesse de La storia del generale Dann... sta nella alterità del mondo in cui si svolgono le vicende. Più delle avventure dei protagonisti conta l’ambientazione. Ifrik (l’ex-Africa) è una tabula rasa su cui la Lessing disegna le avventure della nuova umanità, in un futuro imprecisato, mentre si sciolgono i ghiacci della seconda era glaciale. E’ come una nuova preistoria, in cui la comunicazione di massa non è neanche un ricordo, le lingue straniere sono sconosciute quasi a tutti, le scienze scomparse. Il motivo è che non esiste più il sapere trasmesso dai libri, oggetti antichi di cui rimangono pochi esemplari sfuggiti alle acque e la cui scoperta ossessiona il protagonista. Dann è un novello Ulisse, esploratore inquieto, cantastorie, uomo dal fascino particolare, che torna a casa dopo anni di peregrinaggi per dare corpo a una nuova società.
Nel romanzo, appesantito da un ritmo monocorde, si sente la mancanza della parte fondante della storia (il precedente Mara e Dann, in cui i due protagonisti eponimi erano adolescenti). La Lessing narra attraverso lo sguardo ingenuo dei “futuri” e il chiarissimo messaggio che emerge è che non dobbiamo dare per scontato il valore del sapere a cui siamo giunti dopo millenni di progresso, e in particolare la capacità di accedere alla nostra memoria storica. Lodevole, ma si rimpiangono i complessi personaggi dei suoi romanzi più realistici, specchi limpidi delle contraddizioni della società di oggi e di ieri.
MICHAEL CONNELLY
Utente sconosciuto
Piemme, pp. 367, € 18,90
Traduzione di Gianna Lonza

Il bizzarro ma sensato percorso di una brillante carriera: Michael Connelly, ormai noto a livello mondiale come autore di thriller best-seller, nasce come giornalista di croncaca nera dopo essere stato folgorato dalla lettura della narrativa di Raymond Chandler. Può sembrare bizzarro, dicevo, ma non lo è: chi conosce la poetica chandleriana, sa che lo scopo del maestro dell’hardboiled era non tanto creare trame ingegnose che dimorassero in un universo meramente di fantasia, quanto riflettere proprio quella realtà sporca e imperfetta che macchiava le pagine dei quotidiani giorno dopo giorno.
Al reporter-scrittore Connelly, in verità, l’ingegno nel costruire storie complesse e un po’ improbabili non manca. Di quest’ultimo romanzo, indipendente dalla celebre serie sul detective Harry Bosch, è protagonista Henry Pierce, giovane scienziato nel campo delle più avveniristiche biotecnologie, che nella casa di cui ha appena preso possesso si ritrova assegnato un numero telefonico collegato, su un sito a luci rosse, a una splendida call girl. Al di là dell’irritazione per le chiamate e i messaggi che continua a ricevere, egli intuisce che qualcosa per la ragazza è andato storto e si fa coinvolgere in una vicenda intricata e più pericolosa del previsto. Everyday man coinvolto in una storia più grande di lui, come in un film di Hitchcock, Pierce è un eroe suo malgrado che esemplifica la poetica del suo creatore, il quale dichiara di avere come obiettivo “...una storia con un cuore, con al centro emozioni umane. È l’unico modo di reggere un’indagine su qualcosa che non vorrei sapere.” E in effetti, per il protagonista si tratta di scoperchiare un vaso di pandora e rivivere traumi passati e recenti, insieme alla scoperta di un mondo sordido di cui, chiuso com’era nel suo laboratorio di microscopica perfezione, non aveva nozione. Una storia dal meccanismo inarrestabile che appassiona il lettore trasportandolo in una realtà in cui l’ideale (gli obiettivi alti e “puri” della scienza) si scontra con la mera materialità (gli interessi finanziari che ruotano intorno al mondo scientifico, le ragazze ridotte a merce).
VENDELA VIDA
E adesso puoi andare
Mondadori, pp. 218, € 15
Traduzione di Maurizio Bartocci

Un'esordiente di lusso, Vendela Vida, dal nome esotico ma in realtà una perfetta statunitense, cresciuta tra San Francisco e la Grande Mela. Redattrice presso varie riviste e co-fondatrice della prestigiosa "The Believer", moglie di Dave Eggers e all'attivo un ponderoso saggio sui riti di iniziazione femminile, ha esordito a 31 anni con questo agile romanzo.
Anche al centro di questo libro vi è un rito di passaggio, seppure insolito e del tutto casuale. Nella vita di Ellis, studentessa ventunenne a New York, un giorno di dicembre si insinua il pericolo. Durante una passeggiata nel parco, la ragazza viene avvicinata da un aspirante suicida e minacciata con una pistola. Recita delle poesie per l'uomo, che improvvisamente e senza spiegazione desiste dal gesto e le dice "Adesso puoi andare". Da questo momento la sua vita di tutti i giorni si deve confrontare con il traumatico evento, che diventa di dominio pubblico. L'episodio iniziale, banalizzato, diventa un "caso" e tutti si sentono in dovere di offrire consigli e protezione a Ellis, che nel frattempo si trova a rivedere la propria vita familiare e sentimentale: vari personaggi bizzarri, il padre la cui assenza di quattro anni ha segnato la sua adolescenza, e soprattutto la madre e la sorella con cui riallaccia e approfondisce i rapporti, ricomponendo una ideale triade affettiva.
Ventuno anni di vita ancora aperta a mille possibilità vengono percorsi dall'autrice attraverso le piccole stravaganze di tutti i giorni, le sensazioni, i ricordi in una solo apparente casualità. La narrazione frammentaria è priva di drammaticità, tenera, un po' ripetitiva. Prevalgono annotazioni sulle reazioni psicosomatiche di Ellis, gli odori (quello naturale della madre è di cetriolo, il sentore dell'aglio è legato alla pistola dell'uomo del parco), le osservazioni buffe ("mia madre una volta mi disse che le scarpe sono una cosa di cui i bambini vanno molto fieri"). Uno sguardo acuto o maniera letteraria?
TIM WINTON
Dirt music
Fazi, pp. 416, € 16,50
Traduzione di Maurizio Bartocci

Si trovano magnifiche cose nei romanzi di Tim Winton. C’è un’Australia iperrealista e allucinata che sembra scottare sulla pagina, ardente e viva quanto i personaggi. Winton, scrittore che ha scelto di vivere in una delle zone più isolate della sua terra, all’asetticità della vita moderna non si rassegna, e manda i propri personaggi a cercare un senso del sacro e del bello al di là di qualsiasi apparenza e valore sociale. I suoi sono eroi ruvidi, segnati da eventi terribili, che solo temporaneamente accettano di lasciarsi anestetizzare. Tra Georgie, infermiera in crisi vocazionale, il marito Jim, venerato da un intero paese di pescatori, e il taciturno e misterioso Luther Fox si instaura un triangolo dalle insolite dinamiche, e segreti e legami antichi non mancheranno di venire alla luce.
La narrazione di Winton prende pieghe inaspettate, affronta temi esistenziali ma senza farlo pesare. E’ un viaggio agli estremi del mondo e di se stessi, in cui la redenzione e la rinascita passano anche attraverso la consumazione di sé sotto il sole, nell’acqua e nel vento, riducendosi a pura essenza. Filo conduttore attraverso l’intero romanzo è la musica, linguaggio primordiale ed espressione dell’ineffabile che Lu Fox riscoprirà mentre va incontro al proprio destino. E’ questa la dirt music del titolo, la melodia che risale attraverso le brutture e il fango.
Il romanzo potrebbe essere visto come una storia d’amore senza alcun interesse per il romanticismo convenzionale. Winton è bravissimo a mettere a nudo sentimenti e passioni nella loro crudezza. Maestro di uno stile che riesce a essere naturale ed essenziale e al contempo ricercato, un po’ come i suoi fascinosi personaggi, impressionanti per profondità e complessità. Onore a Fazi e alla sua collana “Le Strade”, sempre più ricca di ottimi nomi della narrativa di lingua inglese e non.
ANNELIES VERBEKE
Dormi!
Instar, pp. 151, € 13,80
Traduzione di Laura Pignatti

Olandese, classe 1976, Annelies Verbeke esordisce nella letteratura dopo un’esperienza come sceneggiatrice. La sua opera prima, acclamata in patria dove ha vinto un premio come miglior debutto del 2004, è un romanzo breve dal sapore intenso. La storia è quella di Maya e Benoit, una giovane donna e un uomo di mezz’età uniti dal medesimo problema: una perenne, invalidante insonnia che li porta a incontrarsi – è destino?, a capirsi al di là delle differenze, a perdersi e ritrovarsi e a sperimentare un insolito rapporto sentimentale. Forse. Nel frattempo, varie disavventure li porteranno ognuno per suo conto ad affrontare a viso aperto i propri fantasmi, per giungere a un capovolgimento delle rispettive vite.
L’invenzione principale della Verbeke è di scegliere un punto di vista particolare, quello dell’insonne, e di portarne fino in fondo le conseguenze. La vita quasi priva di sonno rappresenta il tormentoso ma prezioso accesso a zone inesplorate della coscienza e del mondo. All’inizio del romanzo, Maya, per noia e per spregio, riscopre la propria parte infantile suonando i campanelli delle case nel cuore della notte. Da qui in poi è un progressivo allontanarsi dalla luce del giorno, e della razionalità. Maya e Benoit verranno a contatto con le persone che vivono ai margini della società, facendo esperienza essi stessi della follia e della marginalità. E’ proprio in queste zone d’ombra che, secondo l’autrice, risiede l’essenza stessa dell’umanità.
Originale senza compiacersene e toccante senza sentimentalismi, Dormi! è un libro imprevedibile, divertente più che cupo, intriso di una ironia che è una vera e propria filosofia di vita, e di scrittura. L’autrice condivide con i suoi, evidentemente amati, personaggi la freschezza e la libertà di idee e di sentimenti. Una simbiosi che gioverebbe a tanti scrittori giovani (e non).
MICHAEL CHABON
Soluzione finale
Rizzoli, pp. 166, €12
Traduzione di Luciana Crepax

In questo romanzo ci sono un bambino e un vecchio, ma non c’è scontro generazionale, né un tenero rapporto in stile nonno-nipote o alcuna facile “soluzione finale” tra di loro. Il vecchio vive isolato, tenendosi ben lontano dagli orrori del secondo conflitto mondiale che impazza, è quasi spezzato dal peso dagli anni ma a mantenerlo vivo ha una intelligenza invincibile, quasi sovrumana. Potrebbe essere, intuiamo, il celebre Sherlock Holmes. Linus, il bambino, pur così giovane è già stato invece spezzato: dalla ferocia del nazismo, nella natia Germania. Ha perduto la propria famiglia e la patria, e lo shock gli ha tolto la capacità di parlare. Ha come unico amico un pappagallo che ripete in continuazione una misteriosa sequela di numeri. L’animale verrà rapito: chi è coinvolto, tra i personaggi che popolano la cittadina inglese dove Linus ha trovato ospitalità?
E’ un piccolo giallo, o un tipico romanzo con “pretesto giallo”, quello confezionato da Michael Chabon, che fa incontrare la storia reale con uno dei miti dell’immaginario collettivo, il detective che riesce a prevalere con la propria infallibile logica sul caos del mondo. Ma come appare chiaro all’investigatore da quando la vista di un bambino solitario lo fa uscire dal microcosmo della propria casa e dalla propria aurea indifferenza, “la verità esiste solo nella mente di chi la vuole trovare”.
Al di là della dimensione romanzesca e della sua narrazione volutamente composta ed elegante, da lettura d’altri tempi, Soluzione finale accenna a dilemmi che affondano le radici nel profondo della natura umana. E’ un romanzo popolato da personaggi afflitti dall’incapacità di comunicare e che soccombono sotto il peso dei drammi di ogni giorno. Costruito con estrema ingegnosità da un autore che, tuttavia, potrebbe tenere qualche lettore a distanza con un eccesso di consapevolezza.
GABRIEL GARCIA MARQUEZ
Memoria delle mie puttane tristi
Mondadori, pp. 141, €14
Traduzione di Angelo Morino

Un’altra truffa da parte dei colossi dell’editoria? Il formato dell’ultimo libro del premio Nobel colombiano parla da sé: dimensioni all’osso e caratteri enormi per confezionare qualcosa che assomigli a un bell’hardback e non troppo a un libello e venderlo a 14 euro. Risultato: sembra un libro-bonsai.
Il romanzo in sé è la storia di un giornalista senza qualità e senza amore, da sempre dedito al sesso mercenario, che per celebrare il compimento dei novant’anni decide di regalarsi una notte con una vergine. L’incontro non va secondo copione e l’anziano uomo scopre per la prima volta un sentimento d’amore, per la ragazza e insieme per la giovinezza lontana e dimenticata. Inaspettatamente, la sua vita rifiorisce quando dovrebbe iniziarne il declino.
Da Garcia Marquez non ci si può aspettare un libro mal scritto, e infatti a salvare Memoria è la maestria dell’autore, che ne fa una lettura abbastanza piacevole, condita dalla discreta autoironia con cui il vecchio narratore racconta la strana condizione di vivere in una società di cui si è ormai l’elemento più anziano. Il romanzo sconta però la mancanza di originalità della storia, non compensata da una forte intensità di sentimenti e sensazioni. Altro non è che una fantasia autoindulgente su una giovane che come personaggio in sé non ha peso: esiste solo la visione di lei attraverso gli occhi dell’uomo, egoisticamente. Non è un caso che l’oggetto del suo desiderio sia visto prevalentemente nei momenti in cui è addormentato e passivo. Si sospetta che la stessa autoindulgenza appartenga al celebrato scrittore, che attraverso la voce narrante dell’anonimo protagonista racconta in prima persona il proprio desiderio di vitalità nel momento in cui è anziano e minato dalla malattia. Nonostante il titolo e un linguaggio esplicito, nel romanzo c’è in realtà poco di provocatorio o scomodo.
EUDORA WELTY
La figlia dell’ottimista
Fazi, pp. 187, €13,50
Traduzione di Isabella Zani

America degli anni Cinquanta: da una accogliente cittadina del Mississippi un anziano giudice va a farsi operare agli occhi a New Orleans, dove viene raggiunto dalla figlia Laurel, vedova di guerra, che veglia su di lui insieme alla matrigna Fay, una texana volgare ed egoista. Nonostante il buon esito dell’operazione, la convalescenza dell’uomo sembra protrarsi all’infinito, finché egli non si lascia passivamente morire. Il ritorno della salma al paese natio per il funerale è l’occasione di incontro e scontro tra Laurel, attorniata dalla sua gente, e Fay e la sua rozza famiglia.
Che cosa ha portato il giudice a sposare la quarantenne Fay, così diversa dalla donna che aveva precedentemente amato, la defunta madre di Laurel? Il romanzo è un quieto ma inesorabile dispiegarsi di rivelazioni. A mano a mano che Laurel ripercorre con la memoria il suo passato, emergono i tasselli che ricompongono il quadro di un’intera vita, familiare e individuale, mentre il conflitto tra diverse personalità e modi di vivere esplode in tutta la sua asprezza.
Lo stile della Welty, celebrata narratrice americana, è un naturalismo pacato ma penetrante; ha un formidabile occhio per le scene di vita quotidiana, che si animano davanti agli occhi del lettore. Non si tratta però di una forma di minimalismo distante: mentre Laurel scopre i “segreti” delle persone che ha amato, l’apparente casualità iniziale lascia il posto a uno struggente climax emotivo tutto interiore e a una rivelazione sul senso degli eventi vissuti e della memoria. Unica pecca veniale, qualche metafora – la perdita della vista, l’uccello in trappola – che appesantisce la fluidità della narrazione.
E’ un’opera di grande maturità, in cui l’autrice si rifà a eventi dolorosi della propria biografia, e che le valse un premio Pulitzer. Un’altra valida narratrice tra le nutrite fila di Fazi (da Tim Winton a Colm Tóibín a Hubert Selby Jr).